I preadolescenti e gli adulti di riferimento
La preadolescenza, o prima adolescenza, si situa temporalmente fra gli 11 e i 14 anni, coprendo indicativamente l’intero arco di frequenza delle scuole medie inferiori. Come ogni fase evolutiva, non è definibile univocamente ma varia per ogni ragazzo/a, chi entrandovi prima e chi dopo. Inoltre, segnando il passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza (non si è più bambini e non si è ancora ragazzi), ha uno status ed una definizione sociale piuttosto incerta.
Si tratta di un’età caratterizzata da forti e significative novità che coinvolgono non solo il/la ragazzo/a ma l’intero contesto sociale in cui è inserito/a: dai cambiamenti evolutivi individuali (biologici, cognitivi ed emotivi), alle numerose transizioni di ruolo sociale (ad esempio il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, la frequentazione di un gruppo di coetanei, l’inizio delle relazioni affettive), alla relazione con i propri genitori che cambia “colore” e registro.
E’ innanzitutto l’età dello “sviluppo fisico” e della pubertà, che vede l’accelerazione della crescita del corpo, il cambio della sua forma (più sinuoso per le femmine e più muscoloso per i maschi), lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari (la voce, i peli, la barba) e la maturazione sessuale (identificabile con la prima mestruazione per le femmine e la prima eiaculazione per i maschi), che segna il passaggio ad un corpo pienamente sessuato. Questi numerosi e repentini cambiamenti hanno un notevole impatto sul mondo emotivo e sulla percezione che il/la ragazzo/a ha di sé, e sono all’origine di atteggiamenti di rifiuto o di negazione del proprio “nuovo corpo” e di sentimenti di vergogna e di paura di “essere fatto/a male”. In questa fase, diventa fondamentale la vicinanza di adulti di riferimento che sappiano osservare, riconoscere e restituire loro i cambiamenti che stanno vivendo come qualcosa di naturale/normale e di desiderabile/bello, che li proietta verso il mondo adulto. Accanto alle spiegazioni e alle chiacchiere sul funzionamento del proprio corpo - in particolare per quanto riguarda la sfera sessuale -, i preadolescenti hanno quindi bisogno di essere visti, accettati e benvoluti, in questa nuova veste, dai propri genitori, per poter a loro volta accettare una nuova immagine di sé, in continuità e cambiamento col recente passato di bambini.
Contemporaneamente, si assiste ad un’accelerazione del processo di “individuazione”, che consiste nella costruzione di un Sé separato dai propri genitori, cioè nella costruzione della propria identità personale, specifica e distinta. Durante la preadolescenza, costellata di ribellioni, contrasti e conflitti con i genitori, il/la ragazzo/a vive una profonda crisi di identità in cui viene meno l’identificazione automatica con i genitori, sentendosi più fragile ed insicuro/a (pur dietro atteggiamenti di ostentata sicurezza) e chiedendosi continuamente cosa gli stia capitando. Con il crescere delle proprie competenze cognitive ed emotive, il/la ragazzo/a inizia quindi a formarsi un’opinione personale sulle cose, ad esprimerla sempre più assertivamente ed a contestare quella degli adulti di riferimento, fino a rivendicare su alcuni argomenti una libertà di scelta personale. Sono tipici di questa età il desiderio e le richieste di autonomia, di “fare da sè” rispetto alla gestione dei propri impegni scolastici, della propria camera, dei soldi, della propria partecipazione o meno alle faccende domestiche, dei tempi e delle modalità di uscita con gli amici. Desiderio che va considerato come una spinta positiva a crescere, a sperimentarsi ed a diventare se stesso/a, trattandosi di un fondamentale compito dello sviluppo. Per un adulto di riferimento, accompagnare un preadolescente non significa dunque abdicare al proprio compito normativo e di contenimento (fondamentale per aiutarlo ad orientarsi, a gestire responsabilmente la propria libertà facendo i conti con i limiti personali e del mondo che lo circonda, e ad inserirvisi positivamente), bensì interpretarlo a partire dal rispetto per “l’individuo che si sta formando” davanti ai suoi occhi ed il suo desiderio di libertà, combinando il sostegno e l’accettazione, da una parte, al controllo ed alla richiesta di comportamenti maturi dall’altra. E’ auspicabile un ascolto curioso e divertito nei confronti di “chi sta diventando questo/a ragazzo/a?”, dei suoi nuovi atteggiamenti e comportamenti, dei suoi nuovi dilemmi, delle sue incertezze (prima di tutto su se stesso, essendo “in costruzione”), della sua fragilità ed ipersensibilità verso l’esterno, della sua altalena di emozioni (non ancora riconosciute né “addomesticate”, perlopiù amplificate dallo sviluppo fisico ed ormonale), per poterlo comprendere ed aiutarlo a comprendersi attraverso ciò che gli/le restituiamo di sé. Tali attenzioni favoriscono inoltre l’incontro e la comunicazione con il/la ragazzo/a preadolescente, ponendo le basi per un confronto maggiormente sereno ed una negoziazione delle autonomie su basi realistiche e non puramente rivendicative.
La preadolescenza è dunque l’età in cui il/ ragazzo/a si “affaccia sul mondo” sperimentando nuovi contesti e ruoli sociali “in solitudine”, allontanandosi cioè dalla “base sicura”2 rappresentata dai genitori, cioè da quel luogo di protezione presente fin dai primi anni di vita e che gli ha fornito, da bambino/a, una certa tranquillità di muoversi e di esplorare l’ambiente. In particolare, è nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie, che il ragazzo/a si sente maggiormente responsabilizzato rispetto al proprio andamento ed impegno scolastico, maggiormente solo (senza la presenza ideale dei genitori) davanti ai diversi professori, peraltro molto più numerosi ed in un rapporto di maggiore distanza. E’ sempre in questa età che si formano i primi gruppi di amici sulla base di preferenze e rapporti personalizzati, in cui proprio il gruppo di pari diventa un nuovo contesto relazionale in cui sperimentarsi ed un nuovo punto di riferimento a cui rifarsi, accanto e in opposizione a quello famigliare. E’ l’epoca dei primi innamoramenti, ammiccamenti e corteggiamenti, in cui ci si avvicina alle prime relazioni affettive fra desiderio di intimità e paura di perdere i confini con l’altro. Questo “allontanamento” dalla base sicura, o meglio, questo “andare nel mondo”, avviene gradualmente e a scatti, con un’alternanza di rapidi avanzamenti e brusche battute d’arresto: è insita infatti, in questo periodo, un’ambivalenza fra autonomia e dipendenza, fra il bisogno di ritagliarsi spazi propri in cui gli adulti di riferimento non entrino (la propria stanza, le confidenze con gli amici, ecc.) ed il bisogno di vicinanza e di sostegno da parte degli stessi (che scatta sopratutto quando il mondo esterno appare “ostile e complicato”); fra un sentimento di sé sovrastimato ed una bassa stima di sé e delle proprie capacità.
Tutte queste novità, come si è già accennato, comportano cambiamenti nella relazione genitori-figli e la necessità di stabilire nuovi equilibri, che vanno di pari passo con le esigenze di crescita dei figli e con le capacità di risposta dei genitori. Accompagnare un/una preadolescente significa attraversare con lui/lei questa età, con la consapevolezza che “poco resterà come prima”. Qui si collocano le fatiche dei genitori: accettare che proprio/a figlio/a, quello/a che si è generato, stia diventando sempre più se stesso/a e sempre più qualcosa di diverso/altro da sé, con opinioni, comportamenti ed espressioni differenti; accettare che proprio/a figlio/a si stia gradualmente allontanando dal mondo famigliare per prepararsi alla vita adulta e che quindi il ruolo genitoriale si stia ridimensionando (non ha più bisogno di quelle attenzioni e cure di quando era bambino, così gratificanti anche per chi le dona, ma di un sostegno più indiretto; non si ha più un’autorità incontestata, ma un’autorevolezza negoziata di continuo); accettare che proprio/a figlio/a stia “diventando grande” e che abbia quindi bisogno di spazi di privatezza, scegliendo ad esempio di cosa parlare e di cosa non parlare; accettare la continua altalena di vicinanza e lontananza di proprio/a figlio/a, e così via. Fatiche che si accompagnano a sentimenti di rabbia (per questo/a figlio/a che ora “volta faccia” e rifiuta ciò che gli si propone), di sopravvenuta inutilità (per questo figlio/a che ora “vuole fare da sé”), di impotenza (per questo figlio/a che ora fa valere le sue ragioni), quando non di vero e proprio smarrimento (”e adesso cosa faccio che non ha più bisogno di me come prima?”). Vissuti che è fondamentale poter dire e nominare, all’interno della coppia genitoriale e con altri genitori, prima di tutto per dar loro dignità, per poterli riconoscere, per neutralizzarne il potenziale distruttivo, per capire “cosa stia accadendo” nella relazione con il figlio/a e per intravedere, consapevoli dei propri limiti, strategie comunicative che restituiscano un senso, per sé e per il/la figlio/a, alla relazione genitoriale.

