Affrontare contemporaneamente sessualità e consumo di sostanze, due sfere dell’attività umana che rivestono significati così differenti, è una precisa scelta metodologica del progetto. Entrambi i comportamenti sono infatti profondamente implicati con il piacere, la seduzione e la “perdita di controllo”: hanno cioè un potenziale attrattivo (in quanto piacevoli) così forte da indurre alcuni a sottovalutare le conseguenze negative che potrebbero derivare da un approccio non consapevole. Più in generale, entrambi si connotano come comportamenti potenzialmente a rischio per la salute dei ragazzi e delle ragazze che li attuano, con possibili conseguenze dannose nel breve e/o nel lungo periodo (si pensi al fumo di sigarette, al consumo di alcool o ai rapporti sessuali non protetti). Salute qui considerata in senso ampio, come benessere psico-fisico e relazionale della persona, seguendo l’interpretazione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Riferendosi ai più recenti studi psicosociali in materia, Mind the Gap non considera però tali condotte come irrazionali o disadattive tout court, bensì come modalità dotate di senso, usate per raggiungere scopi personalmente e socialmente significativi, in particolare per il gruppo di pari. Esse rispondono cioè ai cosiddetti compiti evolutivi (quali l’affermazione della propria identità ed autonomia, l’esplorazione di sensazioni, l’appartenenza e la partecipazione ad un gruppo, ecc.), in modo analogo a quanto avviene per i comportamenti salutari. Per pre-venire quindi i possibili danni alla salute ed il possibile insorgere, nel lungo periodo, di forme di dipendenza (relazionale, da sostanze, ecc.), Mind the Gap affronta sia la sessualità che l’uso di sostanze, tenendo conto delle specificità di ognuna e lavorando su quei fattori di protezione comuni, quali la consapevolezza dei rischi e delle conseguenze delle proprie azioni, la capacità di comunicare e di gestire le emozioni, ma anche, più indirettamente, il benessere nella vita scolastica ed il dialogo famigliare. Il rinforzo di questi fattori favorisce la ricerca e l’attuazione, da parte degli adolescenti, di azioni e relazioni che rispondono sì ai compiti evolutivi ma senza ledere il proprio benessere anzi accrescendolo significativamente.

Ma è davvero possibile proteggere gli adolescenti dall’attraversamento dei confini di rischio, in un periodo di vita in cui sperimentare e “sperimentarsi” è fondamentale per la costruzione di un proprio percorso e di una identità personale? E se non lo fosse, come possiamo aiutarli ad “attrezzarsi” perché questo inevitabile andare e venire “oltre confine” sia almeno un po’ “gestibile” e diventi occasione di crescita? Ne discende quindi un lavoro di ricostruzione dei confini e delle percezioni del rischio che hanno i preadolescenti, per poterle integrare con informazioni corrette e puntuali sui possibili danni a breve e a lungo termine, ma anche un lavoro di disvelamento del potenziale di attrazione dei comportamenti a rischio affinché i ragazzi e le ragazze possano riconoscerne la seduttività e farvi fronte nella propria quotidianità. E soprattutto Mind the Gap ha voluto non solo informare, ma favorire l’acquisizione di abilità personali (life skills) alla base dei processi motivazionali e di scelta dei comportamenti. Capacità fondamentali per approcciarsi, senza farsi del male, alla sessualità e al consumo quasi inevitabile di sostanze (legali ed illegali) e che rivestono, nel tempo, un vero e proprio ruolo protettivo nei confronti dello svilupparsi di un eventuale patologia da dipendenza. Il progetto si è quindi orientato verso un modello di educazione alla salute volto non solo a fornire un’adeguata e corretta informazione (che da sola non sarebbe sufficiente per una prevenzione efficace, come illustrato nella storia dei modelli di prevenzione), ma piuttosto a fornire sostegno alle motivazioni degli studenti, allo sviluppo delle loro capacità, all’acquisizione di una fiducia in se stessi funzionale ad assumere decisioni rispetto ai propri stili di vita. Intervenire come adulti ed educatori durante la fase di sviluppo dei preadolescenti, non significa quindi trasmettere unilateralmente precetti morali, divieti e sanzioni, quanto aiutarli a sviluppare le competenze necessarie ed utili per affrontare in maniera positiva e costruttiva il mondo che si trovano davanti.

Mind the Gap ha provato quindi a superare una storica dicotomia, che ancora oggi attraversa e permea tante culture professionali (sanitarie, educative, formative), mettendo insieme l’educare e l’istruire proprio all’interno del contesto scolastico dove tali culture si incontrano e spesso si scontrano. La scuola, in quanto luogo di interazione fra i diversi attori educativi ed in quanto mondo vitale per i ragazzi e le ragazze - rispetto alle possibilità di relazione fra pari, di formazione e di autonomia personale, di rapporto con figure adulte diverse da quelle genitoriali -, diventa quindi lo spazio ideale di sperimentazione di nuove sintesi e di nuove pratiche di educazione alla salute che coinvolgano operatori socio-sanitari, insegnanti, genitori e studenti. Il progetto si pone quindi come soggetto animatore di un intervento di comunità mirato a costruire sinergie fra i diversi attori educativi in direzione di una più coerente “comunità educante”, nel rispetto dei diversi ruoli, saperi e posizioni e in un’ottica di continuità. Mind the gap coinvolge quindi, nei propri percorsi di prevenzione, non solo i preadolescenti ma anche gli insegnanti referenti di ogni gruppo classe, condividendo contenuti e in alcuni casi la conduzione degli incontri con i ragazzi. E soprattutto i genitori in quanto adulti con un ruolo educativo fondamentale rispetto alla crescita dei figli tramite specifici percorsi formativi dedicati loro.

Inoltre, coerentemente con il modello della life skill education elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Mind the Gap coinvolge attivamente i beneficiari dei propri interventi, proponendo metodologie interattive di lavoro con i gruppi, quali giochi relazionali, simulazioni, analisi di casi, lavori individuali di approfondimento, confronti in piccoli gruppi e discussioni plenarie che permettano ai ragazzi/e (e anche ai genitori ed agli insegnanti) di sperimentare e di riflettere sulle proprie abilità sociali, combinando il coinvolgimento dal basso con la trasmissione dall’alto di informazioni e stimoli.