Il titolo di questa scheda ci pone di fronte ad una iniziale dicotomia. La o che separa l’educazione e l’istruzione non crea un ponte, un legame, ma divide.
Divisione tra mondo dell’istruzione e mondo dell’educazione, tra scuola ed extra-scuola tra scuola e famiglia, tra mondo delle idee e mondo delle emozioni e degli affetti.
Questa suddivisione ha radici storiche, la scelta di chi privilegia l’instruere, si fonda su posizioni di alcuni pedagogisti negli anni ‘80 che si riferivano al pensiero marxista e al pragmatismo di Dewey, il soggetto ed i suoi valori morali vengono depotenziati a favore dell’esattezza e della possibilità di poter costruire una tecnica per l’apprendimento, una didattica di tipo positivo e scientifico con il suo alter ego, la valutazione. Alcuni presupposti iniziali sono anche comprensibili e condivisibili sul piano politico; si vuole concentrare l’attenzione sul mondo e favorire le pari opportunità tra le classi sociali, riducendo il determinismo delle possibilità molto diverse di accedere alla conoscenza delle più svantaggiate. (L’educazione il mestiere possibile a cura di Mario Pollo in Animazione Sociale n.3 del 2007)
Privilegiare l’istruzione vuol dire anche prendere le distanze dalle derive moralistiche di certe concezioni dell’uomo e dell’educazione, appannaggio quasi esclusivo del mondo religioso.
Detto questo, però, si rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca, si rischia di perdere il contorno ideale legato alle concezioni filosofiche e spirituali dell’uomo come essere in divenire, che ha come caratteristica propriamente umana il lungo percorso di formazione della propria identità personale, sociale e culturale.
Come uscire da una scissione del pensiero che non è utile ad affrontare una realtà sempre più complessa ed instabile, la post modernità, la liquidità di ogni riferimento forte del passato, la crisi delle istituzioni e della scuola in prima linea come sistema formativo efficace? Si assiste oggi, ad ogni notiziario, alla spettacolarizzazione dei problemi della scuola, dei ragazzi, all’assenza di un corretto approccio critico delle questioni più importanti, come l’aumento della violenza nei giovani e giovanissimi, degli episodi di bullismo, dell’abbandono scolastico, del suicidio in età adolescenziale e della crisi profonda della famiglia come dispositivo educativo primario.
Si dice che le famiglie, spesso con un unico genitore, siano lasciate sole, si sentano sole di fronte al compito educativo, che non siano più attrezzate ad affrontare, che ci sia una generale perdita di capacità educativa nei contesti sociali. A dispetto di ciò, il rapporto tra scuola e famiglia non si è stretto in un abbraccio sinergico ma si è polarizzato su posizioni distanti e difensive.
La rivoluzione delle nuove tecnologie digitali e del mondo virtuale, sta realizzando inoltre un vero e proprio salto nelle forme di comunicazione. Questo ha delle fortissime implicazioni anche sul piano dell’educazione e dell’istruzione; i ragazzi cresciuti con le nuove tecnologie hanno competenze che gli adulti non hanno rispetto a questi nuovi strumenti e pongono essenzialmente due problemi: la posizione inusuale dell’adulto, che perde il suo ruolo di detentore della conoscenza, e la solitudine dei ragazzi di fronte al loro P.C. ed alle infinite possibilità di formazione che questo offre.
Ancora un ragionamento occorre aggiungere prima di trarre qualche considerazione finale. Nella divisione spesso praticata da ognuno di noi tra le questioni inerenti la sfera cognitiva, l’intelligenza logico-riflessiva da un lato, e la sfera emozionale, l’intelligenza affettiva, la creatività e l’immaginazione dall’altro, si inserisce un nuovo filone di ricerca che prende l’avvio dagli studi neurobiologici sul cervello per mettere in evidenza la natura profondamente affettiva dei processi di apprendimento come della memoria, sia episodica che autobiografica.
I nostri rapporti con gli altri hanno un’influenza fondamentale sul nostro cervello: i circuiti che mediano le esperienze sociali sono infatti strettamente correlati a quelli responsabili dell’integrazione dei processi che controllano l’attribuzione di significati, la regolazione delle funzioni dell’organismo, la modulazione delle emozioni, l’organizzazione della memoria e la capacità di comunicazione. Le relazioni interpersonali svolgono quindi un ruolo centrale nel determinare lo sviluppo delle strutture cerebrali nelle prime fasi della nostra vita e continuano a esercitare influenze importanti sulle attività della mente durante tutta la nostra esistenza. (La mente relazionale Daniel J. Siegel Raffaello Cortina Editore 1999)
Le esperienze, ed in particolare i processi di attaccamento, sono quindi alla base delle possibilità evolutive e di adattamento del bambino piccolo, dell’uomo, il nostro cervello è esperienza-dipendente, come lo è in negativo nei casi particolari di traumi o di deprivazione, in cui si verificano i fenomeni di perdita di connessioni neuronali.
Tutto ciò ci rimanda alla relazione come punto fondante per l’apprendimento, sia che si tratti di istruzione e di rapporto insegnante allievo, sia che si tratti di educazione e di rapporto educatore educando. La relazione, come ogni sistema ricco di complessità, soggetta a molteplici fattori, non segue modalità lineari, certe, ma è aperta all’imprevisto, allo sconosciuto, all’incertezza. Imprevisto e sconosciuto che apre alla paura ed alla ricerca di ricette, di strumenti per renderla meno ansiogena . Si rischia di sentirsi anche qui impotenti ed impreparati ed ecco la ricerca del tecnico, dello psicologo o dello psichiatra che abbia ragione di tanto disagio esistenziale che si sta diffondendo.
Si fanno a volte progetti per l’educazione affettiva finalizzati alla scoperta e lettura delle emozioni degli adulti e degli allievi. Ma trattandosi di situazioni educative di estrema influenza sullo sviluppo del senso del sé e delle competenze sociali, diviene eticamente importante saper leggere le proprie emozioni ed entrare empaticamente in sintonia con quelle dell’altro per poter adottare professionalmente dei comportamenti strategici di ascolto, di accoglienza e di gratificazione nei confronti delle persone che ci vengono affidate e che nella relazione con noi crescono e vivono, a volte, delle esperienze riequilibratici. L’importanza del soggetto, intesa come ascolto di sé e ascolto dell’altro nella sua individualità, ritorna allora ad essere centrale, prima ancora dei contenuti tecnici e dei programmi, solo per il fatto che per essere veicolati, incorporati e fatti propri dal soggetto, hanno la necessità di passare attraverso un contenitore sufficientemente caldo e rassicurante, che sappia suscitare curiosità e passione per qualsivoglia dispositivo educativo che voglia utilizzare.
Quindi proprio attraverso i filoni di ricerca scientifica che si occupano della vita e del soggetto, si ha paradossalmente il superamento dell’altra tradizionale scissione tra natura e cultura, tra teorie scientifiche ed umanesimo. Questa può essere intesa come una sfida perché non ci sono punti di arrivo ma filoni di ricerca aperti e connessi tra di loro: mente, cervello, linguaggio, come arriviamo a conoscere? a costruire la nostra realtà? le connessioni mente corpo?
La prospettiva indicata dal filo rosso seguito dal nostro discorso indica quindi la necessità e la possibilità di superare ragionamenti troppo settoriali per tendere ad una scuola che educa istruendo (per dirla con Fioroni), per maggiori integrazioni tra i due mondi con priorità precise, per la necessità di rispondere ed attrezzarsi alle sfide sempre più complesse che la società post moderna ci impone, per cogliere anche gli aspetti di ricchezza e risorsa che questa porta con sé.
Porre l’attenzione cioè alla riforma dei processi educativi che deve scaturire dalla riforma della conoscenza e dall’accettazione del paradigma della complessità e della transdisciplinarietà, Per dirla con Edgar Morin, sono le qualità necessarie alla formazione di “teste ben fatte” in grado di affrontare le sfide del ventunesimo secolo. (Formare una testa ben fatta di L.Tuffanelli e D. Ianes Edizioni Erikson)

