La prevenzione

Posted by admin on Giugno 6th, 2008

La prevenzione, che da un punto di vista storico ha origine in ambito sanitario per poi declinarsi anche nel lavoro psico-sociale, rimanda ad una serie di azioni intenzionali volte a evitare o ridurre le conseguenze dannose di certi eventi e comportamenti. In quanto tale, la prevenzione resta un concetto generico, applicabile ad ogni ambito della vita umana. Tuttavia la prevenzione, come disciplina a se stante, si afferma in ambito sociale negli anni ‘70, grazie anche all’impulso dato da Caplan (1964) nel distinguere fra prevenzione primaria, secondaria e terziaria, distinzione legata ai disturbi ed alle loro manifestazioni, ancora oggi largamente in uso come modello di riferimento.

Inizialmente si sviluppa dunque un modello di prevenzione basato sul concetto di “disagio giovanile”, che nell’operatività viene di volta in volta declinato in disagi specifici: dipendenze, dispersione scolastica, malattie mentali, disoccupazione, ecc.
Tuttavia il disagio, oltre che essere un concetto generico di difficile definizione e valutazione, si basa su un’idea di difficoltà psichica e di malessere psicologico che ne sarebbe all’origine, fatto questo non necessariamente determinante per l’attuazione di alcune condotte, come verificato dalle ricerche scientifiche.

Constatati i limiti di questo modello generico e centrato su un malessere personale di difficile ed incerta interpretazione, l’attenzione degli interventi di prevenzione si sposta su singoli comportamenti a rischio: il fumo di sigarette, l’uso di droghe, l’abuso di alcool, l’aggressività, la sessualità precoce e non protetta, ecc. Questa focalizzazione permette di individuare quali sono i rischi di ogni comportamento e le informazioni sulle conseguenze da trasmettere alle nuove generazioni per prevenirne il coinvolgimento.

Nasce così il modello del deficit dell’informazione (come, ad esempio, The theory of reasoned action - Ajzen, Fishbein 1980) che si basa sull’assunto che certe condotte dannose vengano attuate perché si ignorano i danni che comportano. Di conseguenza, la prevenzione è centrata sull’informare rispetto alle conseguenze a breve ed a lungo termine dei comportamenti a rischio, tramite lezioni frontali, testimonianze, mostre e documentari. Spesso, vengono perlopiù scelte le informazioni che più spaventano: questo “terrorismo psicologico” si è perlopiù dimostrato controproducente per molti adolescenti, rinforzando atteggiamenti di sfida e trasgressione nei confronti del mondo adulto che veicola questi messaggi. Più in generale, la ricerca scientifica ha rilevato che tali interventi di prevenzione, pur portando ad un aumento delle conoscenze, non riescono ad influire sugli atteggiamenti nè tantomeno sui comportamenti per una serie di fattori personali implicati in ogni condotta, quali:

  • la rilevanza emotiva della specifica situazione
  • i vantaggi immediati di un dato comportamento
  • la distanza nel tempo degli effetti negativi che questo produce
  • in adolescenza, la prospettiva temporale limitata (centrati sul presente)

Cioè, fra conoscenza e azione intervengono numerose e soggettive valutazioni.

Nella seconda metà degli anni ‘90, si inizia a pensare a modelli di prevenzione multicomponenti, che combinano la trasmissione di informazioni corrette (e non allarmistiche) e l’educazione alla promozione di competenze (skill promotion). Quindi, non solo prevenire il rischio, ma anche promuovere il benessere: vi è un passaggio dai fattori di rischio ai fattori di protezione. La finalità di questi modelli è dunque quella di favorire il miglior adattamento possibile fra una persona ed il suo contesto di vita, lavorando sia sui fattori di protezione individuale che, nel limite del possibile, su quelli contestuali.

Anche questi modelli non sono immuni da problematicità: infatti, gli effetti di questi interventi tendono a decadere lungo il tempo. Tuttavia, quelli che potenziano le life skills individuate dall’OMS, hanno dimostrato una maggior tenuta nel tempo, soprattutto quei programmi mirati a prevenire fumo di tabacco, abuso di alcool, l’uso di droghe ed i comportamenti antisociali (Botvin, 2000), cioè mirati su comportamenti a rischio specifici e ben individuati.

Nel frattempo, si afferma una nuova classificazione degli interventi di prevenzione, centrata sulla popolazione di riferimento (Mrazek e Haggerty 1994):

  • prevenzione universale: non differenziata in base al livello di implicazione del rischio dei diversi beneficiari;
  • prevenzione selettiva: rivolta a sottogruppi maggiormente a rischio
  • prevenzione individualizzata: rivolta a singole persone a rischio di cronicizzare il loro coinvolgimento in condotte dannose

La ricerca scientifica ha nel tempo individuato una serie di caratteristiche rilevanti per l’efficacia degli interventi di prevenzione, alcune variabili legate agli individui (tendenzialmente non modificabili), altri elementi del programma.

Degli individui Del programma
Età
Genere
Interessi
Livello soggettivo di vulnerabilità
Caratteristiche etniche culturali
Popolazione target
Precocità dell’intervento
Metodo
Contenuti

Rispetto alle caratteristiche del programma, la popolazione target va scelta in base all’obiettivo del progetto:

  • se l’obiettivo è evitare o posticipare l’incursione nel rischio, si avrà una prevenzione universale
  • se l’obiettivo è ridurre il coinvolgimento nel rischio, si avrà una prevenzione selettiva

L’attenzione alla precocità dell’intervento, comporta la scelta di collocarsi nel periodo di esordio (o subito prima) del comportamento a rischio. Laddove si tratti di prevenzione universale, è opportuno individuare i ragazzi che “stanno iniziando”, differenziando l’intervento in base al loro coinvolgimento in certe condotte a rischio.
Inoltre, le informazioni trasmesse troppo precocemente possono essere dannose, stimolando curiosità senza che sia acquisita la maturazione necessaria per rielaborarle. Il potenziamento delle life skills è invece efficace sin dalle scuole primarie.

Relativamente al metodo, le indicazioni fornite dalla ricerca sono le seguenti:

  • combinare l´approccio top-down (trasmissione dall´alto) e bottom-up (coinvolgimento dal basso)
  • coinvolgere attivamente attraverso metodologie interattive
  • sviluppare interventi di comunità, su più fronti e con più attori
  • lavorare sempre con il contesto scolastico, in quanto particolarmente rilevante

Fra i contenuti, la ricerca evidenzia quelli che incidono maggiormente in senso protettivo:

  • favorire e potenziare il successo scolastico (ad esempio attraverso attività di tutoring strutturato)
  • aumentare le conoscenze relative ai comportamenti a rischio, tenendo conto delle funzioni, dei significati e dei vantaggi di questi comportamenti per la fascia d´età a cui si rivolge l´intervento
  • fornire informazioni sui servizi esistenti e sulle relative modalità di accesso, accoglienza e trattamento - potenziando in contemporanea le abilità necessarie per fruirne
  • promuovere le life skills

In sintesi, i principali fattori di efficacia degli interventi di prevenzione sono:

  • possedere un modello teorico significativo e dati epidemiologici esaurienti;
  • prevedere il potenziamento delle life skills a livello generale e a livello specifico per tipologia di comportamento che si intende prevenire
  • fornire informazioni corrette sui comportamenti e sulle loro conseguenze, tenendo conto dell´età e delle specificità culturali dei beneficiari e delle funzioni dei comportamenti
  • coinvolgere attivamente tutti gli attori
  • utilizzare metodi interattivi
  • porsi, come obiettivo, di evitare o ritardare l´incursione in condotte a rischio, piuttosto che ridurne il coinvolgimento.