Mind the Gap ha partecipato al recente Convegno “Il Giardino Segreto. La Salute Psicologia in adolescenza”, del 15 e 16 giugno 2009, organizzato, tra gli altri, dall’ASL TO3 e dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, cui rimandiamo, per maggiori dettagli, al sito http://www.giardinosegreto-aslto3.it/index.php .

Potete cliccare qui per vedere il volantino.

Di seguito pubblichiamo le slide e l’intervento presentato al tavolo tematico “L’adolescente e la comunità sociale”

 

 

 

slide convegno 15 e 16 giugno 2009

 

 

 Il progetto Mind the Gap è un intervento di prevenzione dei comportamenti a rischio, legati al consumo di sostanze psicoattive e  ai comportamenti sessuali, nelle scuole mede inferiori, ideato dal Dipartimento Patologie da Dipendenza 1 dell’A.S.L. TO2 in collaborazione con la Cooperativa Sociale Stranaidea. Le attività vengono svolte nelle scuole del territorio delle Circoscrizioni IV e V. Il progetto Mind the Gap nasce dall’esigenza del territorio delle Circoscrizioni IV e V di attivare progetti di prevenzione, alla luce dei bisogni del territorio. Nell’anno 2006 la popolazione della Circoscrizione IV e V è aumentata rispetto agli anni precedenti. Un dato importante è l’aumento del disagio sociale. Fattore problematico, fra i più significativi, è la  difficoltà crescente delle famiglie con minori a prendersi cura dei propri figli e a sostenere ruoli genitoriali. Fra la popolazione minorile un dati che emergono significativi sono la presenza di dispersione scolastica, di abbassamento dell’età di avvicinamento al consumo di sostanze psicoattive e la mancanza di consapevolezza rispetto ai rischi conseguenti a questi comportamenti. Dalle nostre osservazioni degli ultimi anni è emerso, inoltre, la presenza di un disagio rappresentato, non tanto da situazione conclamate e individuabili, quanto da condizioni invisibili legate a problemi di “isolamento” relazionale, soprattutto dei giovani. Cresce la confusione e appare alta la conflittualità famigliare intergenerazionale. La scuola è chiamata a farsi carico di questa complessità in quanto luogo di interazione fra i diversi attori educativi ed in quanto mondo vitale per i preadolescenti. Diventa lo spazio ideale di sperimentazione di nuove sintesi e di nuove pratiche di educazione alla salute che coinvolgano operatori socio-sanitari, insegnanti, genitori e studenti. Occupandosi di comportamenti a rischio legati al consumo di sostanze e alle condotte sessuali, per prevenire i danni che da queste potrebbero derivare, si è scelto di collocarsi nel loro periodo di esordio, che coincide con una fascia di età cruciale per la formazione dell’identità personale, la preadolescenza. Infine, facendo riferimento ad una prospettiva fenomenologica che pone l’attenzione sui processi di costruzione dell’esperienza, quale chiave di lettura dei bisogni pre-adolescenziali, si nota che ci sono bisogni che sono differenti dalle generazioni precedenti e fortemente connessi alle mode, consumi, valori del loro tempo storico e della loro età evolutiva, quali la pregnanza del gruppo dei pari nei processi decisionali, la simbolizzazione del corpo, la  riscoperta di nuove pratiche “iniziatiche” (tatuaggi, piercing), la relazione essenzialmente non conflittuale con i genitori. Consideriamo quindi la preadolescenza come periodo del ciclo vitale in cui avvengono processi di trasformazione che investono la dimensione mentale e corporea, le relazioni con gli altri e col mondo ed è di per sé stessa fattore di rischio. Crediamo che la crisi adolescenziale vada attraversata e non elusa: le patologie nascono dall’evitamento della crisi e dal tentativo di evitare l’incertezza del transito.

Il primo contatto dei giovani con l’alcool è stimato intorno agli 11/14 anni: si inizia col vino, poi birra, smart drink e superalcoolici [Ricerca Università di Milano 2002], mentre a 14 anni il 20% degli studenti si è ubriacato almeno una volta [Eurispes 2003]. Relativamente ai tempi di esordio del fumo di tabacco, il 26,6% dei giovani fumatori dichiara di aver iniziato a fumare prima dei 15 anni ed il 58,2% fra i 15 ed i 17 anni. Il primo contatto con le droghe illegali inizia intorno ai 14 anni e mezzo [Ricerca Università di Milano 2002]. Gli adolescenti fra 15-16 anni che hanno consumato almeno una volta cannabis sono il 27%, mentre il 4% ha consumato almeno una volta cocaina, dato che indica un suo “sdoganamento” come sostanza piacevole e innocua, già in tale fascia di età, a differenza dell’eroina, che resta poco diffusa e vissuta come droga pericolosa.

 

L’idea guida del Progetto Mind the Gap è che la prevenzione del rischio possa passare, oltre che da un’adeguata informazione (compatibile al contesto di riferimento), anche attraverso la promozione della salute e lo sviluppo delle risorse individuali, attrezzando i ragazzi ad affrontare le situazioni critiche della vita, anche quelle connesse al consumo di sostanze e ai comportamenti sessuali. La salute è vista come una risorsa per la vita quotidiana, non come un obiettivo di vita. Si vuole contribuire alla promozione della salute, cioè al processo che mette le persone in condizione di aumentare la consapevolezza sulla propria salute e di migliorarla. Per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale un individuo deve essere in grado di identificare e realizzare aspirazioni, soddisfare bisogni, e modificare o convivere con il proprio ambiente. Un ruolo educativo più incisivo e deciso della scuola, della famiglia e della società potrebbe orientare percorsi formativi e cambiamenti necessari per la salute psicofisica: in primo piano la conquista di abilità cognitive, relazionali, capacità critiche e decisionali, gestione delle emozioni,dei conflitti e dello stress (definite dall’Organizzazione mondiale della Sanitàlife skills“, (ovvero competenze di vita) da parte dei giovani, per sentirsi efficaci, sviluppando potenzialità e risorse, senza additivi e integratori, senza condizionamenti di mode e miti, propinati con sapiente regia.
Malessere e disagi non sono necessariamente negativi e contrari allo sviluppo; anche per tentativi ed errori, le crisi e i rischi servono spesso alla presa di coscienza, crescita e maturazione. È compito della società educante elaborare progetti di prevenzione e nuove strategie perché i giovani possano raggiungere gli stessi scopi di affermazione e di autoefficacia in modo salutare. Sperimentare e sperimentarsi è fondamentale per la costruzione di un proprio percorso,. Com’è possibile proteggerli dall’attraversamento dei confini di rischio? Come si possono aiutare perché siano attrezzati perché questo andare “oltre confine” inevitabile sia almeno gestibile? Ne discende un lavoro di ricostruzione dei confini e delle percezioni del rischio, per poterle integrare con informazioni corrette e puntuali su possibili danni a breve termine, ma anche un lavoro di disvelamento del potenziale di attrazione dei comportamenti a rischio, affinché i ragazzi possano riconoscerne la seduttività e farvi fronte nella propria quotidianità. Bisogna ESSERE nella prevenzione: costruire pazientemente, gradualmente, costantemente le life skills, costruire e valorizzare la disponibilità all’ascolto, l’autorevolezza, il contenimento, l’accoglienza e il tempo da dedicare. Essere nella prevenzione rappresenta l’imprescindibilità di costruire validi e profondi rapporti con i giovani, affinché questi possano acquisire autonomia, autostima, competenze relazionali, veri antidoti del disagio.

Consideriamo i preadolescenti come soggetti ATTIVI, in grado di autorganizzarsi, autoregolarsi e riflettere su se stessi. L’azione dell’adolescente non è priva di senso e non è il risultato delle semplici pressioni ambientali, ma è autoregolata, ha degli obiettivi, serve per raggiungere determinati scopi, per esprimere valori e convinzioni, per risolvere problemi, per costruire la propria identità.

In  adolescenza ci sono particolari compiti di sviluppo a cui adempiere:

  • in relazione all’esperienza della maturazione sessuale e della pubertà (sviluppo sessuale e cognitivo, che cambiano in base al contesto, nello spazio e nel tempo);
  • in rapporto all’allargamento degli interessi personali e sociali con l’acquisizione del pensiero ipotetico-deduttivo;
  • Elaborazione di un’identità definita e distinta in grado di porsi nei confronti del mondo in modo autonomo, coerente e responsabile;
  • Conquistare autonomia e responsabilità di adulto.

È sulla base dei compiti di sviluppo che l’adolescente compie azioni autoregolata che hanno l’obiettivo di raggiungere scopi significativi a livello individuale.

I compiti di sviluppo riguardano: l’identità, le strategie di coping (le strategie utilizzate per far fronte alle situazioni), la relazione tra pari e la relazione con gli adulti.

COMPORTAMENTI A RISCHIO: sono comportamenti da comprendere nella relazione tra l’adolescente ed il suo contesto. Sono comportamenti che compaiono in questa età e che possono, in modo diretto o indiretto, mettere a repentaglio il benessere psicologico e sociale, come la salute fisica immediata. Non si devono interpretare in termini di psicopatologia né come devianza, ma adempiono ad importanti funzioni e possono essere un aspetto essenziale dello sviluppo psicosociale. Non sono ripetizione di modelli ambientali offerti dai pari.

Sono modalità dotate di senso, usate da numerosi adolescenti, in uno specifico momento della loro vita e in un particolare contesto, per raggiungere scopi personalmente e socialmente significativi. Sono azioni che servono a raggiungere obiettivi di crescita personalmente e socialmente dotati di senso nel momento della transizione adolescenziale, in particolare lo sviluppo dell’identità e la partecipazione sociale.

FATTORI DI PROTEZIONE: sono l’insieme delle variabili e caratteristiche della persona e del suo contesto in grado di limitare il coinvolgimento degli adolescenti nel rischio. Possono agire attraverso la promozione sia di abilità personali utili per il superamento dei diversi computi di sviluppo e per la promozione di un maggior benessere, sia attraverso la riduzione, bilanciamento, neutralizzazione o compensazione dei fattori di rischio. Fattori di rischio e protezione interagiscono dinamicamente. Non sono qualità statiche degli individui, ma RISORSE a cui gli individui possono ricorrere nei momenti di necessità. Fattori di rischio e protezione interagiscono nel tempo influenzando i percorsi di sviluppo. Un fattore di protezione può non essere tale a tutte le età o per tutti gli adolescenti.

I fattori di protezione, a grandi linee, sono: famiglia, scuola e comunità.

PREVENZIONE è lavorare per far sì che gli adolescenti ottengano gli stessi obiettivi positivi che ottengono con i comportamenti a rischio, con azioni meno lesive del loro benessere e meno pericolose per il loro futuro percorso evolutivo.

Informare: non si può solo informare, ma favorire l’acquisizione di abilità personali. Il progetto si è orientato verso un modello di educazione alla salute volto non solo a fornire un’adeguata informazione, ma piuttosto a fornire sostegno alle motivazioni degli studenti, allo sviluppo delle loro capacità, all’acquisizione di una fiducia in se stessi funzionale ad assumere decisioni rispetto ai propri stili di vita.

Il potenziamento delle life skills è invece efficace sin dalle scuole primarie. In sintesi, i principali fattori di efficacia degli interventi di prevenzione sono: possedere un modello teorico significativo e dati epidemiologici esaurienti; prevedere il potenziamento delle life skills a livello generale e a livello specifico per tipologia di comportamento che si intende prevenire; fornire informazioni corrette sui comportamenti e sulle loro conseguenze, tenendo conto dell´età e delle specificità culturali dei beneficiari e delle funzioni dei comportamenti; coinvolgere attivamente tutti gli attori; utilizzare metodi interattivi; porsi, come obiettivo, di ritardare l´incursione in condotte a rischio, piuttosto che ridurne il coinvolgimento.

 L’obiettivo principale è quello di implementare lo sviluppo di life skills, accompagnando all’acquisizione di consapevolezza rispetto ai fattori che influenzano gli atteggiamenti ed i comportamenti, favorendo l’autoefficacia, la capacità di problem solving e il riconoscimento delle emozioni. Gli obiettivi generali sono:

  • 1) prevenire i danni alla salute derivanti da comportamenti a rischio agendo sulla fascia di età preadolescenziale, ossia accrescere e sviluppare abilità psicosociali e affettive dei preadolescenti utili alla acquisizione di consapevolezza rispetto ai fattori che influenzano gli atteggiamenti ed i comportamenti; accrescere le conoscenze dei preadolescenti relativamente ai comportamenti a rischio e ai danni alla salute fisica e psichica, in particolare per quanto concerne le malattie sessualmente trasmissibili e le gravidanze indesiderate;
  • 2) Offrire opportunità d’informazione e di formazione per accrescere le conoscenze degli adulti di riferimento: offrire al personale docente opportunità d’informazione e di confronto su temi quali: malattie sessualmente trasmissibili, patologie da dipendenza, sostanze psicoattive e rete dei Servizi per la prevenzione; integrare i saperi dei genitori relativamente all’HIV/AIDS, alla sessualità e alle malattie sessualmente trasmissibili, sostanze stupefacenti.
  • 3) Facilitare la comunicazione intragenerazionale e intergenerazionale su temi correlati a comportamenti a rischio per la salute dei ragazzi/e: stimolare il confronto fra i genitori degli studenti rispetto a tematiche delicate e spesso tabu quali: il piacere, la trasgressione e la sessualità; favorire la comunicazione fra genitori e figli rispetto ai comportamenti a rischio e alle tematiche sopra evidenziate.

 Promuovere salute non è un agire riparativo. Non abbiamo soluzioni precostituite, ma dobbiamo usare  un approccio in cui la conoscenza è costruita con gli interlocutori. Non possiamo considerarci esterni, ma interni al campo (altrimenti c’è scissione). Tutto ciò che so non basta, non bisogna scindere conoscenza e azione. Gli esiti finali ed i processi non sono già noti, le azioni sociali nuove nascono da aperture di conoscenze.

Coerentemente con il modello della life skill education, Mind the Gap coinvolge attivamente i beneficiari dei propri interventi, proponendo metodologie interattive di lavoro con i gruppi, lavorando in individuale, in piccoli gruppi e con il gruppo classe, quali giochi relazionali, simulazioni, analisi di casi, lavori individuali di approfondimento, confronti in piccoli gruppi e discussioni plenarie che permettano ai ragazzi/e (e anche ai genitori ed agli insegnanti) di sperimentare e di riflettere sulle proprie abilità sociali, combinando il coinvolgimento dal basso con la trasmissione dall’alto di informazioni e stimoli, lavorando sempre in équipe multiprofessionale per avere sguardi diversi. Mind the gap coinvolge inoltre, non solo i preadolescenti ma anche gli insegnanti referenti di ogni gruppo classe, condividendo contenuti e la conduzione degli incontri con i ragazzi ed i genitori o chi si occupa dei preadolescenti, in quanto adulti con un ruolo educativo fondamentale rispetto alla loro crescita tramite specifici percorsi formativi dedicati loro. Infatti la formazione degli adulti, in particolare di chi è accanto ai ragazzi, e che rappresentano i punti di riferimento fondamentali per lo sviluppo della loro personalità. Adulti che oggi si descrivono come fortemente in crisi e che sembrano voler abdicare al loro ruolo di educatori, perché smarriti a loro volta. In questo senso sono pensati i percorsi per i genitori e per gli insegnanti, come luogo di sosta e di ricerca di senso, come sostegno alle funzioni genitoriali ed educative, attraverso l’offerta di un luogo di confronto e di aiuto al dialogo. Intervento con adulti di riferimento: aiutarli a sviluppare le competenze necessarie ed utili per affrontare in modo positivo e costruttivo il mondo che si trovano davanti.

Percorsi con i genitori o chi si prende cura del preadolescente: luogo di sosta e ricerca di senso, come sostegno alle funzioni genitoriali attraverso l’offerta di un luogo di confronto e di aiuto al dialogo.

Insegnanti: attrezzarli per poter a loro volta utilizzare nel normale percorso di insegnamento la metodologia proposta dal progetto e dare continuità all’intervento. Offriamo loro anche un momento di formazione centrata sui loro vissuti da insegnanti di fronte  al mondo adolescenziale, alle frustrazioni del sistema scolastico, alla difficoltà di porsi in relazione con dei genitori che da una parte delegano, dall’altra vogliono decidere loro cosa la scuola deve insegnare o meno ai loro figli, e sulla ricerca di strategie educative utili allo stabilirsi di una relazione finalizzata all’apprendimento non solo cognitivo ma anche delle abilità della vita, psicologiche e sociali. Il progetto si pone quindi come soggetto animatore di un intervento di comunità mirato a costruire sinergie fra i diversi attori educativi in direzione di una più coerente “comunità educante”, nel rispetto dei diversi ruoli, saperi e posizioni e in un’ottica di continuità.

Medesimo smarrimento e ricorso alla delega, si osserva tra gli insegnanti, che denunciano l’impossibilità o l’incapacità di far fronte alla crescente complessità del mondo adolescenziale e del disagio, vero o presunto,  che a volte porta con sé.

Il progetto prosegue dal 2006, ed è in costante evoluzione. Con i preadolescenti vengono svolti 7 incontri da 2 ore ciascuno, in classe con due operatori (un maschio ed  una femmina) e un’insegnante (sempre la stessa, che rimane come punto di riferimento e come opportunità di continuità del lavoro stesso in classe). Con gli adulti di riferimento vengono svolti 5 incontri, tra i quali 2 con i preadolescenti presenti, con gli insegnanti vengono svolti 4 incontri nel periodo di svolgimento degli incontri. Dal 2006 ad ora sono state coinvolte 4 scuole, 30 classi, circa 480 studenti, circa 120 adulti di riferimento e 30 insegnanti. Per quanto riguarda la formazione svolta agli insegnanti, hanno partecipato 20 di loro. Gli incontri hanno come elemento in comune il lavoro sulle life skills, svolto n maniera attiva, associate al consumo di sostanze, all’affettività e alla sessualità, l’osservazione del gruppo classe e dei singoli per poter rispondere ai loro bisogni e capire come tarare le attività volta per volta, l’utilizzo di strumenti come il brainstorming per sapere prima da loro quali sono le loro conoscenze per informare ma senza anticipare nulla.

 

Abbiamo sentito l’esigenza di avere un impianto valutativo, per verificare la reale forza del progetto e avere modo di capire come cambiare la traiettoria, in cosa. Innanzitutto abbiamo sempre fatto valutazione qualitative: nostri report, osservazione in classe, confronti tra di noi, supervisione costante da parte di uno psicoterapeuta, confronti con gli insegnanti presenti in classe, consegna di questionari di gradimento e valutazione dei percorsi svolti a tutti i beneficiari del progetto. Con il Dipartimento di psicologia dello sviluppo dell’Università di Torino abbiamo svolto una valutazione quantitativa: il dipartimento valuta l’efficacia degli interventi con una ricerca attraverso questionari standardizzati, relativo all’utilizzo delle life skills nei percorsi di prevenzione. I risultati hanno evidenziato che chi ha svolto il percorso di Mind the Gap:

  • ha maggiori capacitò di dire di no, resiste di più alla pressione del gruppo di pari,
  • sa esprimere opinioni davanti ad un gruppo (assertività)
  • ha maggior senso critico, capacità di riconoscere quando il proprio stato d’animo è influenzato dagli altri.

Per quanto riguarda la sessualità:

  • c’è maggiore problematizzazione dell’età come criterio unico per poter decidere quando si è pronti ad avere rapporti sessuali,
  • si riconoscono come importanti i criteri di maturazione personale, di rispetto per sé e per l’altro, di scelta dei tempi per sé e per la coppia (in direzione di una responsabilità individuale),
  • c’è inoltre una maggiore propensione all’uso di contraccettivi.

 

Sviluppi: l’èquipe di lavoro, con la collaborazione del Progetto Steadycam  di Alba (CN), sta approfondendo i metodi della media education, ossia l’utilizzo dello strumento audiovisivo, sperimentato in nuovi percorsi, riconoscendolo come strumento adatto per incontrare la curiosità e la voglia dei ragazzi di avere degli adulti di riferimento in grado di avvicinarsi a loro con passione e con voglia di coinvolgersi nell’arduo compito di educare, senza demonizzare l’uso delle nuove tecnologie.  

 

Per noi Mind the Gap rappresenta l’efficacia del lavorare con una metodologia che prevede l’osservazione del contesto, l’essere dentro una comunità. Per arrivare all’adolescente si lavora su più sistemi, con l’ottica che lavorare solo sul singolo non è sufficiente.

 

Per il Progetto Mind The Gap

dott.ssa Elena Perotto

psicologa

 

Convegno 4 giugno 2008

Posted by progetto on Luglio 23rd, 2008

 

 

 

 

 

Lo scorso 4 giugno 2008, anche nell’ambito del processo di fusione fra le ex ASL 3 e 4 della città di Torino nella nuova ASL TO2, si è tenuto il convegno “Una rete per gli adolescenti… un obiettivo da costruire insieme”.

Anche l’equipe del progetto “Mind the gap!” è stata invitata a presentare il proprio lavoro e a proporre le proprie riflessioni.

Ecco di seguito i contributi accompagnate dallo scorrere delle slides, che è possibile visionare cliccando sul collegamento

 

 

Slides convegno 4 giugno 2008

 

 

Verso la rete… come obiettivo di salute

Relazione per il seminario del 4 giugno 2008

 

 

Il progetto Mind the Gap ha attuato accanto alle altre, la sperimentazione del lavoro di rete, ha cioè assunto come paradigma fondante il territorio e le risorse che lo compongono.

In particolare rispetto al contesto del proponente, l’ASL, vi è un rovesciamento radicale del modello sanitario, fondato perlopiù sul rapporto duale medico-paziente.

Il lavoro di rete che connette i diversi nodi che appartengono al soggetto o ai soggetti su cui si vuole intervenire è un paradigma teorico più prossimo alla costruzione di progetti che si pongono come obiettivo la salute dei cittadini. (F. Folgheraiter 1996)

La definizione di salute a cui qui facciamo riferimento è quella data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, adottata a partire dal 1980, un concetto complesso inteso non unicamente come assenza di malattia, ma come stato di benessere fisico, psicologico e sociale. Assumere questo concetto di salute significa passare da un’ottica “negativa” (l’assenza di malattia e l’evitamento delle condizioni/fattori di rischio) ad una visione “positiva”, attiva e propositiva (attivazione e promozione dei fattori protettivi e di benessere individuale e sociale)

 

La metafora che meglio rappresenta il lavoro di questi due anni rispetto al progetto è quella del laboratorio, in cui agire un approccio totalmente differente da quello clinico ed individuale che di più caratterizza il contesto sanitario e l’UoA che ha attivato il progetto.

Il laboratorio, è stato agito a più livelli; inizialmente con la scelta che ha dato forma al progetto, cioè di mettersi in rete con la cooperativa sociale Stranaidea che già operava nelle due Circoscrizioni che rappresentano il territorio di riferimento, in un’ottica di dialogo reale e di collaborazione.

La seconda scelta decisiva è stata la composizione dell’èquipe, multiprofessionale, dove sono presenti diversi profili professionali specifici che già operano nei servizi, ma non sempre in scontata sintonia.

Educatori professionali, psicologi, sociologi, che provengono da esperienze professionali in servizi molto diversi, sia della cooperativa sociale sia dell’U.o.A, sono state messe in rete all’interno dell’equipe.

 

Partendo dall’interesse di base e dalla motivazione ad operare nel campo della prevenzione questo nuovo gruppo che si è costituito attorno ad una progettualità specifica, ha iniziato a mettere insieme le competenze professionali, con differenti punti di vista e prospettive teoriche.

La varietà professionale e la varietà degli approcci di cui ogni operatore è portatore ha permesso l’adozione del modello di rete nella progettazione dell’intervento di prevenzione primaria.

Tale modello ha messo in primo piano l’importanza dell’ambiente e del contesto sociale nello sviluppo dei fenomeni, anche di quelli individuali e del ricorso al concetto di comunità per l’attivazione di strategie utili a sviluppare dei cambiamenti. Cambiamenti che si possono attivare nel contesto sociale ma che influenzano non solo gli altri sistemi collegati ma anche gli individui coinvolti.

 

Il target del progetto sono i pre-adolescenti; in particolare rispetto ai comportamenti a rischio che questi possono agire.

L’assunto di base è che il contesto scolastico sia primario rispetto agli aspetti di socializzazione dei ragazzi e quindi di attivazione di percorsi di educazione alle abilità di vita necessarie per attraversare questa fase di crescita dei giovanissimi.

La considerazione ulteriore delle difficoltà incontrate nel luogo in cui i ragazzi vivono, di quali siano i bisogni fondamentali della loro rete primaria ha messo in evidenza la necessità di agire per una migliore comunicazione tra i ragazzi, i loro genitori, gli insegnanti e gli operatori sociali.

Far dialogare contesti che normalmente sono distanti, creare delle sinergie interistituzionali, aumentare i legami presenti in uno specifico luogo fra gli educatori naturali e gli operatori sociali sono diventati obiettivi dell’intervento e pratica del progetto. Una comunità educante che vede la compresenza dei diversi attori dell’educazione e della salute.

 

Il percorso di prevenzione si sostanzia quindi in un intervento diretto con i ragazzi, di un analogo percorso per i loro genitori, di un incontro in cui la compresenza di genitori e figli insieme-a scuola- vuole significare la negoziazione di una migliore comprensione reciproca.

Il lavoro in rete con gli insegnanti è stato nodo centrale per quanto riguarda la progettazione, sono stati accolti modi diversi d’azione ed in un caso si è realizzato un modulo d’intervento con la presenza simultanea di educatori e insegnante nella stessa classe e questo è esempio del puzzle che si è voluto comporre.

Abbiamo dedicato due momenti specifici agli insegnanti, ben consci della loro centralità nella continuità della metodologia adottata ed anche in un’ottica di scambio culturale tra saperi differenti. Quello di cui noi ci siamo fatti portatori è quello degli operatori sociali, specialisti per mandato istituzionale di una visione più complessa e specifica dei fenomeni di marginalità e di dipendenza ed il mondo della scuola, che spesso viene annoverato tra le cause della dispersione e delle numerose difficoltà dell’apprendimento.

Ma il tipo di approccio scelto è quello dei facilitatori di scambi comunicativi, che possono generare nuovi apprendimenti nei ragazzi e negli adulti che sono a loro vicini.

Il ruolo del tecnico, è stato utilizzato in modo mirato, quando era necessario veicolare informazioni scientificamente corrette riguardo ai temi inclusi nell’intervento.

 

L’ultima variabile del laboratorio è il tempo, il tempo necessario per produrre e sviluppare maggiore conoscenza reciproca e fiducia nella possibilità di considerarsi reciprocamente risorse e non mondi sconosciuti o solo dei vincoli.

Alla fine di quasi due anni di lavoro in comune, la rete ha trovato modi per poter continuare la sua attività alla fine del primo periodo progettuale prestabilito, mantenendo la collaborazione che si è creata all’interno del territorio tra diverse scuole, tra le scuole e l’ASL e la Cooperativa, attraverso un progetto.

Inoltre dopo i primi due anni di intervento il lavoro di rete all’interno della nostra equipe ha assunto nuove motivazioni e un nuovo slancio.

Partendo dalla considerazione della ricchezza delle realtà presenti all’interno della stessa ASL e fuori, nei servizi pubblici e in quelli informali, e della difficoltà a lavorare in effettiva collaborazione con tutti gli altri attori.

Abbiamo a questo scopo preso nuovi contatti con diversi referenti che all’interno dell’U.o.A delle patologie da dipendenza si occupano delle varie aree di lavoro, in particolare il tabagismo e l’alcologia.

Parallelamente ci siamo mossi anche verso l’esterno e le risorse del territorio incontrando, la Repes del nostro distretto sanitario, il DORS, il servizio per le Malattie Sessualmente Trasmissibili, il progetto Steadycam del Ser.D di Alba e mettendo in cantiere contatti con i servizi sociali e i diversi tavoli dove vengono coordinate le iniziative del territorio, ad es. il Coordinamento Scuole e Servizi della V Circoscrizione ed il corrispondente livello politico, i referenti della V commissione delle Circoscrizioni IV e V.

Le modalità adottate nella costituzione della rete è quella della messa in comune dei saperi e delle competenze acquisite negli anni di lavoro nelle scuole, dell’informazione reciproca rispetto ai progetti e della sinergia per quanto riguarda gli interventi.

Per dotarsi di uno strumento utile in questo campo è stato prodotto un ipertesto da inserire in un sito web, considerando la rete virtuale un veicolo di scambio e di comunicazione ormai indispensabile, tra gli operatori, tra i destinatari degli interventi (ad es. i genitori) e gli operatori, per veicolare informazioni e conoscenze che si mettono in campo.

Rispetto alle modalità adottate provo a fornire altri esempi sulla metodologia di lavoro dell’èquipe: nell’ incontrare i ragazzi delle classi, i loro genitori e gli insegnanti è fondamentale dare delle corrette informazioni sugli altri servizi del territorio, conoscerne i referenti per poter fare correttamente degli invii se necessario, connettere le esperienze dei servizi e dei presidi sul territorio per evitare la frammentazione e la sensazione di uno specialismo che non aiuta la presa in carico globale dei bisogni dei soggetti e delle comunità.

 

I vantaggi derivanti dalla costituzione della rete ed in particolare dalla connessione tra il pubblico ed il privato sociale sono una progettazione degli interventi che tiene conto sia dei saperi specialistici di cui sono portatori i servizi sia del rapporto con il territorio di cui spesso le cooperativa sociali sono più direttamente espressione, in particolare quando le cooperative sono veramente in grado di cogliere i bisogni di salute inespressi di quel quartiere.

Inoltre connettere le conoscenze, mettere insieme la rappresentazione che ciascun servizio ha dei problemi, esplicitare i diversi punti di vista di cui ciascun professionista è portatore permette di fare ricerca rispetto ai problemi, di definire insieme il quadro concettuale di riferimento e cercare delle soluzioni non lineari a problematiche che sono oggi complesse, multifattoriali, culturali, cioè intrinsecamente collegate al contesto culturale di riferimento.

La possibilità di effettuare degli interventi che si affiancano alle risposte istituzionali che vengono erogate prevalentemente negli ambulatori, potenzia l’azione preventiva e si orienta a diventare vera e propria promozione della salute, quando adotta un’ottica propositiva e attiva nel dare risposte ai bisogni della comunità.

Il lavoro di rete inoltre nel favorire la conoscenza diretta e reciproca delle persone, tra gli operatori di differenti servizi, formali e informali, favorisce e migliora l’efficacia della collaborazione degli stessi attorno ad un comune obiettivo.

 

Pertanto in un periodo storico come il nostro, in cui le risorse sono sempre più limitate anche il tempo necessario per pensare e per attuare il lavoro di rete, per adottare il criterio positivo della promozione della salute, comporta delle ricadute inevitabili sull’organizzazione dei servizi formali che vanno valutate attentamente e con professionalità.

Avere tempo per tessere reti a favore della prevenzione, a favore dei legami sociali sul territorio, è risorsa preziosa per i servizi e per gli operatori, in quanto riesce a rispondere meglio ai bisogni educativi e di salute della comunità locale.

 

 

Materiale rielaborato da

Dott.ssa Maria Minniti

Educatore Professionale

Referente Area Prevenzione

U.o.A. Patologie da Dipendenze

ASL To 2

 

 

Come si realizza “Mind the Gap!”

Appunti per l’intervento al seminario dell’ASL TO2 del 4/06/2008

 

 

Mind the Gap! ha come target la pre-adolescenza e si realizza con interventi mirati in gruppi classe, nelle scuole medie inferiori.

Partendo dal presupposto teorico-metodologico della “promozione del benessere”, con un approccio volto al “positivo”, in cui si vuole promuovere il riconoscimento e lo sviluppo delle risorse personali, il progetto si concretizza nella conduzione di cicli di 4 incontri/laboratori, in aula e in orario scolastico, dedicati ai gruppi, principalmente classi seconde e terze delle scuole medie inferiori.

Tali incontri, fondamentalmente formativi, anche se non è tralasciata in ogni incontro una parte informativa, in cui la conoscenza è costruita insieme ai ragazzi, hanno come fulcro l’educazione alle abilità di vita (quelle che l’OMS considera fondamentali nella crescita degli individui, e che sono state elencate e denominate life skill). Ciò si realizza, quindi, non tanto nella spiegazione di cosa siano e quali siano tali abilità, quanto nel sperimentarle direttamente, con attività/giochi mirati che diventano stimolo di attivazione, confronto e conoscenza.

Come ci insegnano le teorie, avvallate anche dall’OMS, e come ci conferma la pratica, tali abilità, se apprese e gestite coerentemente, forniscono ai ragazzi quegli strumenti utili ed adatti per affrontare le diverse situazioni di vita, garantendo il mantenimento del proprio benessere psicologico e fisico: situazioni quotidiane, fra le quali possono esserci anche possibili condizioni di rischio, come può essere l’avvicinamento a sostanze psicoattive o i primi comportamenti sessuali.

Si comprendono anche i comportamenti sessuali (affrontati per lo più sul piano dell’affettività, della gestione delle emozioni e dei primi approcci), non tanto perché pericolosi in sé, quanto per la scarsa conoscenza, o false conoscenze, su un argomento, che in questa età inizia ad attrarre e incuriosire e per il rischio correlato all’abuso di sostanze e alle MST.

Con la medesima metodologia si realizzano interventi con gruppi di genitori (in cui sono coinvolti quelli dei ragazzi che partecipano ai laboratori in classe), sebbene con loro si sviluppino maggiormente sul fronte informativo (in risposta anche all’esigenza degli adulti di “capire e saper come fare” con i figli).

Anche con loro si propone una modalità attiva e partecipativa, in modo da creare anche una rete informale fra i partecipanti. Sebbene i temi dell’abuso di sostanze e dei primi rapporti sessuali siano presenti, anche con loro si lavora su e con alcune life skill, in modo che possano riconoscerle e aiutare i figli a sviluppare le loro abilità, in continuità con il progetto.

L’accento sulla relazione e la comunicazione è realizzato anche con un incontro congiunto in cui genitore e figlio partecipano insieme, sperimentandosi e confrontandosi, con la guida dei conduttori.

Il lavoro per e con gli insegnanti è il più delicato. Prevede la costruzione di una relazione di fiducia fra operatori e docente, che è determinata dalla reciprocità e dal rispetto delle differenti competenze e ruoli. Il lavoro si realizza con il confronto prima, durante e al termine dell’intervento nella classe (in particolare là dove l’insegnate è, come da progetto, fuori dall’aula). Tale lavoro ha come finalità quella di creare continuità ad un intervento, il nostro, che per motivi logistici e logici si esaurisce in un tempo limitato. Inoltre è stato possibile organizzare alcuni eventi formativi, seminari, per tutto il corpo docente delle scuole in cui è stato realizzato il progetto. Questo ha permesso, fra l’altro la costituzione di una rete fra le scuole.

 

Alcuni numeri: in questi due anni di lavoro (anni scolastici 2006/2007 e 2007/2008) si sono incontrate 22 classi, coinvolgendo circa 440 ragazzi, tra i 13 e i 15 anni, di seconde e terze medie inferiori di tre Istituti (3 sedi e 2 succursali), locate nei territori delle Circoscrizioni IV e V del Comune di Torino (afferenti all’ex ASL 3, oggi ASL TO2). Ai gruppi genitori hanno partecipato circa 80 famiglie, partecipando perlopiù con un’unica presenza della coppia genitoriale.

 

Per concludere un’immagine… l’ultima enigmatica slide

 

Dovendo pensare in sintesi al progetto Mind The Gap!, ci è venuta in mente l’immagine di una giovane cellula neurale.

Come tale cellula, il Progetto è frutto dell’incontro di patrimonio genetico, nel nostro caso l’ASL e la Cooperativa Stranaidea. Come in ogni figlio, sono riconoscibili i tratti distintivi dei genitori, ma abbiamo una nostra piccola identità interna una soggettività, che identifichiamo negli obiettivi del progetto.

Come la cellula neurale abbiamo dendriti articolati, che ci stanno permettendo di costruire attorno a noi una rete sia formale sia informale di scambio, con i ruoli istituzionali complementari dell’ASL e della Cooperativa.

I terminali nervosi della nostra cellula, realizzano l’intervento, anch’esso su più livelli, in cui i ragazzi sono i primi destinatari, ma non gli unici (come abbiamo visto i genitori, la scuola, la stessa rete/contesto con il quale si completa lo scambio) e sfruttando competenze diverse (multi-professionalità), sempre nella sinergia offerta dalla rete interna ASL/Cooperativa.

Tale funzionamento, nella prospettiva possa in qualche modo divenire modello replicabile per una rete esterna sempre più ampia, volta alla promozione di benessere.

 

Per la Cooperativa Stranaidea

Dott. Marco Ammoscato

Psicologo

 

 

Valutazione

Posted by admin on Giugno 8th, 2008

Fin dalla sua genesi, Mind the Gap si è preoccupato di dotarsi di un solido impianto di valutazione che permettesse all’équipe multidisciplinare di leggere in itinere l’esperienza e di analizzarla per approntarne continui cambiamenti migliorativi e per adattare l’intervento alla specificità di quel particolare gruppo classe o gruppo genitori, così diverso da quelli precedenti.
Utilizzare diversi strumenti di valutazione, ha permesso all’équipe di modulare gli interventi a seconda delle esigenze e delle caratteristiche dei diversi gruppi con cui si è lavorato, flessibilità che rappresenta un importante fattore di efficacia degli stessi. Luogo e attore principe di valutazione, è stata l’équipe multidisciplinare, sia nelle riunioni settimanali che negli incontri mensili di supervisione, dove la presenza di un esperto esterno, ha permesso di ampliare le interpretazioni di alcuni eventi problematici ed il bagaglio di metodologie utilizzabili. Ancora più a monte, la collegialità dell’équipe, ha costruito un impianto di valutazione dei percorsi di prevenzione, coerente con gli obiettivi degli stessi.

Ogni percorso di prevenzione è quindi stato valutato utilizzando una serie di strumenti specifici, quali:

la griglia di valutazione delle dinamiche all’interno del gruppo classe, utile soprattutto dopo il primo incontro, che ha una maggior valenza osservativa, per individuare il tipo di relazioni presenti e modulare i setting (lavori individuali, piccoli gruppi – misti o di genere - , plenaria) e le tipologie (analisi di caso, simulate, brainstorming, facilitazioni della discussione) di attività;

il racconto di ogni singolo incontro nel gruppo classe o nel gruppo genitori, da parte dei due operatori referenti, al resto dell’èquipe multidisciplinare, sia oralmente durante le riunioni settimanali, sia attraverso report informatici;

i due incontri di verifica fra operatori ed insegnanti referenti, uno dopo il primo incontro nel gruppo classe per concordare le modalità di intervento, uno finale per una valutazione complessiva del percorso; l’incontro di valutazione finale con l’insegnante referente alla salute della scuola coinvolta, in cui valutare i ritorni (degli insegnanti, dei ragazzi e dei genitori), anche in vista di eventuali follow-up.

Accanto a questa valutazione, prevalentemente di processo, Mind the Gap si è dotato di alcuni strumenti di valutazione dell’efficacia dell’intervento presso i ragazzi e le ragazze coinvolte. Questo sforzo è stato motivato dal bisogno di ricevere dei ritorni rispetto a “ciò che resta dopo il nostro passaggio” per verificare la coerenza fra questi e gli obiettivi prefissati, e quindi per verificare l’adeguatezza delle metodologie e delle attività proposte. Più in generale, vista la scarsa considerazione di cui gode la prevenzione all’interno dell’impostazione e della cultura dei servizi e delle scuole, si è inteso anche contribuire a legittimare e a valorizzare le pratiche di educazione alla salute efficaci.

Mind the Gap ha declinato nel tempo l’obiettivo di prevenzione in una serie di risultati attesi più mirati, individuando quelle abilità considerate fattori di protezione specifici per i comportamenti a rischio in ambito sessuale e d’uso di sostanze. In particolare, il senso critico rispetto alle influenze esterne sulle opinioni ed i comportamenti individuali, la capacità di prendere decisioni nel e di fronte al gruppo di pari, la capacità di comunicare (nelle due direzioni, ascoltare e esprimere), la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni. Inoltre, è stato considerato come fattore protettivo il clima delle relazioni in classe, sia con l’insegnante che con i compagni, e si è cercato coerentemente di favorire l’espressione e l’integrazione di tutti nel gruppo classe.

In due scuole, sono stati così pensati e proposti due temi agli alunni dei gruppi classe dell’intervento, uno ex-ante (prima dell’intervento), uno ex-post (dopo l’intervento) per verificare il punto di partenza e gli eventuali apprendimenti riportati dai ragazzi. In una scuola, si è invece ricercata la collaborazione con il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo dell’Università di Torino, per la realizzazione, somministrazione e analisi di un questionario ex-ante e ex-post, rivolto sia ai gruppi classe di intervento che a gruppi classe di controllo, per garantire una confrontabilità dei dati su basi scientifiche.

Gli interventi

Posted by admin on Giugno 8th, 2008

Durante gli anni scolastici 2006/07 e 2007/08, Mind the Gap ha realizzato cinque percorsi di prevenzione, coinvolgendo tre scuole medie inferiori del territorio cittadino.
Ogni percorso è “multilivello”, indirizzandosi sia ai singoli gruppi classe - con interventi che combinano la promozione delle life skills con la trasmissione di informazioni corrette ed adeguate all’età dei ragazzi -, sia ai genitori con incontri formativi ad essi dedicati.
Riteniamo la preadolescenza una fascia di età fondamentale anche per le figure genitoriali, che si trovano a fare i conti, spesso in solitudine, con i grandi cambiamenti che manifestano i propri figli, cambiamenti che sono spesso all’origine di incomprensioni, silenzi, blocchi della relazione e di vissuti d’ansia ed inadeguatezza da parte dei genitori stessi.
Pensiamo quindi che lavorare al rinforzo delle competenze dei genitori, permetta loro di affrontare con maggior consapevolezza e serenità le sfide che vengono loro poste dalla crescita dei figli.
Infine, considerata l’importanza della figura degli insegnanti, in quanto preziosi adulti di riferimento non solo per la trasmissione di conoscenze ma anche per la crescita delle competenze sociali degli alunni, Mind the Gap ha ritenuto opportuno rafforzarne la funzione educativa (e di conseguenza quella “preventiva”), attraverso scambi e confronti con l’èquipe multidisciplinare dell’U.O.A. Patologie da Dipendenza e di Stranaidea s.c.s., e due momenti seminariali ad essi dedicati.

Il progetto

Posted by progetto on Giugno 7th, 2008

Educazione alla salute attraverso la promozione delle Life Skills

Il progetto Mind The Gap è un intervento di prevenzione dei comportamenti a rischio, ideato e realizzato dall´ASL TO2 (ex ASL 3) - U.o.A. Patologie da Dipendenza in collaborazione con la Cooperativa Sociale STRANAIDEA.

Le motivazioni che lo animano stanno nel desiderio di integrare il lavoro di cura con le persone compromesse con interventi di prevenzione ad ampio raggio rivolti alle nuove generazioni, per sostenerle nell’affrontare i rischi legati al consumo di sostanze ed alla sessualità.
Occupandosi di consumo di sostanze e di condotte sessuali, Mind The Gap, per prevenire i danni che potrebbero da queste derivare,  ha scelto di collocarsi nel loro periodo di esordio, che coincide con una fascia di età cruciale per la formazione dell´identità personale: la preadolescenza.
Mind The Gap si vuole inserire all’interno della storia dei modelli di prevenzione. Storia complessa e correlata a politiche di intervento che si sono sviluppate, nel tempo e nello spazio, attraverso modalità diverse, frutto talvolta di concezioni antitetiche, come nel caso del consumo di sostanze psicoattive (la tolleranza zero made in USA versus la riduzione del danno in Europa).

Posizioni antitetiche che però hanno un obiettivo comune: agire prima, prevenire appunto, la diffusione dei danni derivanti dal consumo di droghe, “investendo” sui giovani prima che essi diventino consumatori abituali.

L’idea guida del Progetto Mind the Gap è che la prevenzione del rischio possa passare, oltre che da un’adeguata informazione (compatibile al contesto di riferimento), anche attraverso la promozione della salute e lo sviluppo delle risorse individuali, attrezzando i ragazzi ad affrontare le situazioni critiche della vita, anche quelle connesse al consumo di sostanze e ai comportamenti sessuali,

 

La prevenzione

Posted by admin on Giugno 6th, 2008

La prevenzione, che da un punto di vista storico ha origine in ambito sanitario per poi declinarsi anche nel lavoro psico-sociale, rimanda ad una serie di azioni intenzionali volte a evitare o ridurre le conseguenze dannose di certi eventi e comportamenti. In quanto tale, la prevenzione resta un concetto generico, applicabile ad ogni ambito della vita umana. Tuttavia la prevenzione, come disciplina a se stante, si afferma in ambito sociale negli anni ‘70, grazie anche all’impulso dato da Caplan (1964) nel distinguere fra prevenzione primaria, secondaria e terziaria, distinzione legata ai disturbi ed alle loro manifestazioni, ancora oggi largamente in uso come modello di riferimento.

Inizialmente si sviluppa dunque un modello di prevenzione basato sul concetto di “disagio giovanile”, che nell’operatività viene di volta in volta declinato in disagi specifici: dipendenze, dispersione scolastica, malattie mentali, disoccupazione, ecc.
Tuttavia il disagio, oltre che essere un concetto generico di difficile definizione e valutazione, si basa su un’idea di difficoltà psichica e di malessere psicologico che ne sarebbe all’origine, fatto questo non necessariamente determinante per l’attuazione di alcune condotte, come verificato dalle ricerche scientifiche.

Constatati i limiti di questo modello generico e centrato su un malessere personale di difficile ed incerta interpretazione, l’attenzione degli interventi di prevenzione si sposta su singoli comportamenti a rischio: il fumo di sigarette, l’uso di droghe, l’abuso di alcool, l’aggressività, la sessualità precoce e non protetta, ecc. Questa focalizzazione permette di individuare quali sono i rischi di ogni comportamento e le informazioni sulle conseguenze da trasmettere alle nuove generazioni per prevenirne il coinvolgimento.

Nasce così il modello del deficit dell’informazione (come, ad esempio, The theory of reasoned action - Ajzen, Fishbein 1980) che si basa sull’assunto che certe condotte dannose vengano attuate perché si ignorano i danni che comportano. Di conseguenza, la prevenzione è centrata sull’informare rispetto alle conseguenze a breve ed a lungo termine dei comportamenti a rischio, tramite lezioni frontali, testimonianze, mostre e documentari. Spesso, vengono perlopiù scelte le informazioni che più spaventano: questo “terrorismo psicologico” si è perlopiù dimostrato controproducente per molti adolescenti, rinforzando atteggiamenti di sfida e trasgressione nei confronti del mondo adulto che veicola questi messaggi. Più in generale, la ricerca scientifica ha rilevato che tali interventi di prevenzione, pur portando ad un aumento delle conoscenze, non riescono ad influire sugli atteggiamenti nè tantomeno sui comportamenti per una serie di fattori personali implicati in ogni condotta, quali:

  • la rilevanza emotiva della specifica situazione
  • i vantaggi immediati di un dato comportamento
  • la distanza nel tempo degli effetti negativi che questo produce
  • in adolescenza, la prospettiva temporale limitata (centrati sul presente)

Cioè, fra conoscenza e azione intervengono numerose e soggettive valutazioni.

Nella seconda metà degli anni ‘90, si inizia a pensare a modelli di prevenzione multicomponenti, che combinano la trasmissione di informazioni corrette (e non allarmistiche) e l’educazione alla promozione di competenze (skill promotion). Quindi, non solo prevenire il rischio, ma anche promuovere il benessere: vi è un passaggio dai fattori di rischio ai fattori di protezione. La finalità di questi modelli è dunque quella di favorire il miglior adattamento possibile fra una persona ed il suo contesto di vita, lavorando sia sui fattori di protezione individuale che, nel limite del possibile, su quelli contestuali.

Anche questi modelli non sono immuni da problematicità: infatti, gli effetti di questi interventi tendono a decadere lungo il tempo. Tuttavia, quelli che potenziano le life skills individuate dall’OMS, hanno dimostrato una maggior tenuta nel tempo, soprattutto quei programmi mirati a prevenire fumo di tabacco, abuso di alcool, l’uso di droghe ed i comportamenti antisociali (Botvin, 2000), cioè mirati su comportamenti a rischio specifici e ben individuati.

Nel frattempo, si afferma una nuova classificazione degli interventi di prevenzione, centrata sulla popolazione di riferimento (Mrazek e Haggerty 1994):

  • prevenzione universale: non differenziata in base al livello di implicazione del rischio dei diversi beneficiari;
  • prevenzione selettiva: rivolta a sottogruppi maggiormente a rischio
  • prevenzione individualizzata: rivolta a singole persone a rischio di cronicizzare il loro coinvolgimento in condotte dannose

La ricerca scientifica ha nel tempo individuato una serie di caratteristiche rilevanti per l’efficacia degli interventi di prevenzione, alcune variabili legate agli individui (tendenzialmente non modificabili), altri elementi del programma.

Degli individui Del programma
Età
Genere
Interessi
Livello soggettivo di vulnerabilità
Caratteristiche etniche culturali
Popolazione target
Precocità dell’intervento
Metodo
Contenuti

Rispetto alle caratteristiche del programma, la popolazione target va scelta in base all’obiettivo del progetto:

  • se l’obiettivo è evitare o posticipare l’incursione nel rischio, si avrà una prevenzione universale
  • se l’obiettivo è ridurre il coinvolgimento nel rischio, si avrà una prevenzione selettiva

L’attenzione alla precocità dell’intervento, comporta la scelta di collocarsi nel periodo di esordio (o subito prima) del comportamento a rischio. Laddove si tratti di prevenzione universale, è opportuno individuare i ragazzi che “stanno iniziando”, differenziando l’intervento in base al loro coinvolgimento in certe condotte a rischio.
Inoltre, le informazioni trasmesse troppo precocemente possono essere dannose, stimolando curiosità senza che sia acquisita la maturazione necessaria per rielaborarle. Il potenziamento delle life skills è invece efficace sin dalle scuole primarie.

Relativamente al metodo, le indicazioni fornite dalla ricerca sono le seguenti:

  • combinare l´approccio top-down (trasmissione dall´alto) e bottom-up (coinvolgimento dal basso)
  • coinvolgere attivamente attraverso metodologie interattive
  • sviluppare interventi di comunità, su più fronti e con più attori
  • lavorare sempre con il contesto scolastico, in quanto particolarmente rilevante

Fra i contenuti, la ricerca evidenzia quelli che incidono maggiormente in senso protettivo:

  • favorire e potenziare il successo scolastico (ad esempio attraverso attività di tutoring strutturato)
  • aumentare le conoscenze relative ai comportamenti a rischio, tenendo conto delle funzioni, dei significati e dei vantaggi di questi comportamenti per la fascia d´età a cui si rivolge l´intervento
  • fornire informazioni sui servizi esistenti e sulle relative modalità di accesso, accoglienza e trattamento - potenziando in contemporanea le abilità necessarie per fruirne
  • promuovere le life skills

In sintesi, i principali fattori di efficacia degli interventi di prevenzione sono:

  • possedere un modello teorico significativo e dati epidemiologici esaurienti;
  • prevedere il potenziamento delle life skills a livello generale e a livello specifico per tipologia di comportamento che si intende prevenire
  • fornire informazioni corrette sui comportamenti e sulle loro conseguenze, tenendo conto dell´età e delle specificità culturali dei beneficiari e delle funzioni dei comportamenti
  • coinvolgere attivamente tutti gli attori
  • utilizzare metodi interattivi
  • porsi, come obiettivo, di evitare o ritardare l´incursione in condotte a rischio, piuttosto che ridurne il coinvolgimento.