Metodologicamente, il progetto, ha scelto di lavorare sul positivo, sulle risorse già presenti, a partire cioè “da quel che c’è e non da ciò che manca”, valorizzando i saperi e le esperienze personali, confermando e rinforzando le competenze emerse, in un’ottica di graduale empowerment. Il miglior modo per prevenire l’attuazione di comportamenti a rischio, è infatti promuovere condizioni di benessere, spostando così l’attenzione dai fattori di rischio a quelli di protezione, sia individuali che sociali.
L’intento del progetto diventa così favorire, nel limite del possibile, un miglior adattamento fra ogni ragazzo e ragazza ed il suo ambiente di vita, in primis il gruppo classe - considerato come insieme complesso di relazioni fra pari e con gli insegnanti, quindi sia come spazio di socialità fra coetanei, sia come contesto finalizzato all’apprendimento - stimolando l’acquisizione di assertività nell’esprimersi e favorendo la capacità di ascolto, nonché il riconoscimento delle figure adulte come punti di riferimento a cui rivolgersi. Ma anche la famiglia, spazio vitale di affetti e di crescita, offrendo occasioni di confronto ai genitori finalizzate a favorire la comprensione dei figli, la motivazione al dialogo con loro ed un rafforzamento del ruolo genitoriale in generale, considerato dalla comunità scientifica un fondamentale fattore preventivo.
Lavorare sul positivo non significa però ignorare la dimensione del limite, peraltro così difficile da accettare in età adolescenziale dominata da ideali di perfezione. Quindi, è parso importante allenare i ragazzi e le ragazze a confrontarsi con i limiti, quelli personali e quelli esterni, riconoscendoli come qualcosa di vincolante ma anche di utile, perché aiutano ad orientarsi e a scegliere vie e modi che appartengono in modo originale e diverso ad ogni persona.

