Convegno 4 giugno 2008

Posted by progetto on Luglio 23rd, 2008

 

 

 

 

 

Lo scorso 4 giugno 2008, anche nell’ambito del processo di fusione fra le ex ASL 3 e 4 della città di Torino nella nuova ASL TO2, si è tenuto il convegno “Una rete per gli adolescenti… un obiettivo da costruire insieme”.

Anche l’equipe del progetto “Mind the gap!” è stata invitata a presentare il proprio lavoro e a proporre le proprie riflessioni.

Ecco di seguito i contributi accompagnate dallo scorrere delle slides, che è possibile visionare cliccando sul collegamento

 

 

Slides convegno 4 giugno 2008

 

 

Verso la rete… come obiettivo di salute

Relazione per il seminario del 4 giugno 2008

 

 

Il progetto Mind the Gap ha attuato accanto alle altre, la sperimentazione del lavoro di rete, ha cioè assunto come paradigma fondante il territorio e le risorse che lo compongono.

In particolare rispetto al contesto del proponente, l’ASL, vi è un rovesciamento radicale del modello sanitario, fondato perlopiù sul rapporto duale medico-paziente.

Il lavoro di rete che connette i diversi nodi che appartengono al soggetto o ai soggetti su cui si vuole intervenire è un paradigma teorico più prossimo alla costruzione di progetti che si pongono come obiettivo la salute dei cittadini. (F. Folgheraiter 1996)

La definizione di salute a cui qui facciamo riferimento è quella data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, adottata a partire dal 1980, un concetto complesso inteso non unicamente come assenza di malattia, ma come stato di benessere fisico, psicologico e sociale. Assumere questo concetto di salute significa passare da un’ottica “negativa” (l’assenza di malattia e l’evitamento delle condizioni/fattori di rischio) ad una visione “positiva”, attiva e propositiva (attivazione e promozione dei fattori protettivi e di benessere individuale e sociale)

 

La metafora che meglio rappresenta il lavoro di questi due anni rispetto al progetto è quella del laboratorio, in cui agire un approccio totalmente differente da quello clinico ed individuale che di più caratterizza il contesto sanitario e l’UoA che ha attivato il progetto.

Il laboratorio, è stato agito a più livelli; inizialmente con la scelta che ha dato forma al progetto, cioè di mettersi in rete con la cooperativa sociale Stranaidea che già operava nelle due Circoscrizioni che rappresentano il territorio di riferimento, in un’ottica di dialogo reale e di collaborazione.

La seconda scelta decisiva è stata la composizione dell’èquipe, multiprofessionale, dove sono presenti diversi profili professionali specifici che già operano nei servizi, ma non sempre in scontata sintonia.

Educatori professionali, psicologi, sociologi, che provengono da esperienze professionali in servizi molto diversi, sia della cooperativa sociale sia dell’U.o.A, sono state messe in rete all’interno dell’equipe.

 

Partendo dall’interesse di base e dalla motivazione ad operare nel campo della prevenzione questo nuovo gruppo che si è costituito attorno ad una progettualità specifica, ha iniziato a mettere insieme le competenze professionali, con differenti punti di vista e prospettive teoriche.

La varietà professionale e la varietà degli approcci di cui ogni operatore è portatore ha permesso l’adozione del modello di rete nella progettazione dell’intervento di prevenzione primaria.

Tale modello ha messo in primo piano l’importanza dell’ambiente e del contesto sociale nello sviluppo dei fenomeni, anche di quelli individuali e del ricorso al concetto di comunità per l’attivazione di strategie utili a sviluppare dei cambiamenti. Cambiamenti che si possono attivare nel contesto sociale ma che influenzano non solo gli altri sistemi collegati ma anche gli individui coinvolti.

 

Il target del progetto sono i pre-adolescenti; in particolare rispetto ai comportamenti a rischio che questi possono agire.

L’assunto di base è che il contesto scolastico sia primario rispetto agli aspetti di socializzazione dei ragazzi e quindi di attivazione di percorsi di educazione alle abilità di vita necessarie per attraversare questa fase di crescita dei giovanissimi.

La considerazione ulteriore delle difficoltà incontrate nel luogo in cui i ragazzi vivono, di quali siano i bisogni fondamentali della loro rete primaria ha messo in evidenza la necessità di agire per una migliore comunicazione tra i ragazzi, i loro genitori, gli insegnanti e gli operatori sociali.

Far dialogare contesti che normalmente sono distanti, creare delle sinergie interistituzionali, aumentare i legami presenti in uno specifico luogo fra gli educatori naturali e gli operatori sociali sono diventati obiettivi dell’intervento e pratica del progetto. Una comunità educante che vede la compresenza dei diversi attori dell’educazione e della salute.

 

Il percorso di prevenzione si sostanzia quindi in un intervento diretto con i ragazzi, di un analogo percorso per i loro genitori, di un incontro in cui la compresenza di genitori e figli insieme-a scuola- vuole significare la negoziazione di una migliore comprensione reciproca.

Il lavoro in rete con gli insegnanti è stato nodo centrale per quanto riguarda la progettazione, sono stati accolti modi diversi d’azione ed in un caso si è realizzato un modulo d’intervento con la presenza simultanea di educatori e insegnante nella stessa classe e questo è esempio del puzzle che si è voluto comporre.

Abbiamo dedicato due momenti specifici agli insegnanti, ben consci della loro centralità nella continuità della metodologia adottata ed anche in un’ottica di scambio culturale tra saperi differenti. Quello di cui noi ci siamo fatti portatori è quello degli operatori sociali, specialisti per mandato istituzionale di una visione più complessa e specifica dei fenomeni di marginalità e di dipendenza ed il mondo della scuola, che spesso viene annoverato tra le cause della dispersione e delle numerose difficoltà dell’apprendimento.

Ma il tipo di approccio scelto è quello dei facilitatori di scambi comunicativi, che possono generare nuovi apprendimenti nei ragazzi e negli adulti che sono a loro vicini.

Il ruolo del tecnico, è stato utilizzato in modo mirato, quando era necessario veicolare informazioni scientificamente corrette riguardo ai temi inclusi nell’intervento.

 

L’ultima variabile del laboratorio è il tempo, il tempo necessario per produrre e sviluppare maggiore conoscenza reciproca e fiducia nella possibilità di considerarsi reciprocamente risorse e non mondi sconosciuti o solo dei vincoli.

Alla fine di quasi due anni di lavoro in comune, la rete ha trovato modi per poter continuare la sua attività alla fine del primo periodo progettuale prestabilito, mantenendo la collaborazione che si è creata all’interno del territorio tra diverse scuole, tra le scuole e l’ASL e la Cooperativa, attraverso un progetto.

Inoltre dopo i primi due anni di intervento il lavoro di rete all’interno della nostra equipe ha assunto nuove motivazioni e un nuovo slancio.

Partendo dalla considerazione della ricchezza delle realtà presenti all’interno della stessa ASL e fuori, nei servizi pubblici e in quelli informali, e della difficoltà a lavorare in effettiva collaborazione con tutti gli altri attori.

Abbiamo a questo scopo preso nuovi contatti con diversi referenti che all’interno dell’U.o.A delle patologie da dipendenza si occupano delle varie aree di lavoro, in particolare il tabagismo e l’alcologia.

Parallelamente ci siamo mossi anche verso l’esterno e le risorse del territorio incontrando, la Repes del nostro distretto sanitario, il DORS, il servizio per le Malattie Sessualmente Trasmissibili, il progetto Steadycam del Ser.D di Alba e mettendo in cantiere contatti con i servizi sociali e i diversi tavoli dove vengono coordinate le iniziative del territorio, ad es. il Coordinamento Scuole e Servizi della V Circoscrizione ed il corrispondente livello politico, i referenti della V commissione delle Circoscrizioni IV e V.

Le modalità adottate nella costituzione della rete è quella della messa in comune dei saperi e delle competenze acquisite negli anni di lavoro nelle scuole, dell’informazione reciproca rispetto ai progetti e della sinergia per quanto riguarda gli interventi.

Per dotarsi di uno strumento utile in questo campo è stato prodotto un ipertesto da inserire in un sito web, considerando la rete virtuale un veicolo di scambio e di comunicazione ormai indispensabile, tra gli operatori, tra i destinatari degli interventi (ad es. i genitori) e gli operatori, per veicolare informazioni e conoscenze che si mettono in campo.

Rispetto alle modalità adottate provo a fornire altri esempi sulla metodologia di lavoro dell’èquipe: nell’ incontrare i ragazzi delle classi, i loro genitori e gli insegnanti è fondamentale dare delle corrette informazioni sugli altri servizi del territorio, conoscerne i referenti per poter fare correttamente degli invii se necessario, connettere le esperienze dei servizi e dei presidi sul territorio per evitare la frammentazione e la sensazione di uno specialismo che non aiuta la presa in carico globale dei bisogni dei soggetti e delle comunità.

 

I vantaggi derivanti dalla costituzione della rete ed in particolare dalla connessione tra il pubblico ed il privato sociale sono una progettazione degli interventi che tiene conto sia dei saperi specialistici di cui sono portatori i servizi sia del rapporto con il territorio di cui spesso le cooperativa sociali sono più direttamente espressione, in particolare quando le cooperative sono veramente in grado di cogliere i bisogni di salute inespressi di quel quartiere.

Inoltre connettere le conoscenze, mettere insieme la rappresentazione che ciascun servizio ha dei problemi, esplicitare i diversi punti di vista di cui ciascun professionista è portatore permette di fare ricerca rispetto ai problemi, di definire insieme il quadro concettuale di riferimento e cercare delle soluzioni non lineari a problematiche che sono oggi complesse, multifattoriali, culturali, cioè intrinsecamente collegate al contesto culturale di riferimento.

La possibilità di effettuare degli interventi che si affiancano alle risposte istituzionali che vengono erogate prevalentemente negli ambulatori, potenzia l’azione preventiva e si orienta a diventare vera e propria promozione della salute, quando adotta un’ottica propositiva e attiva nel dare risposte ai bisogni della comunità.

Il lavoro di rete inoltre nel favorire la conoscenza diretta e reciproca delle persone, tra gli operatori di differenti servizi, formali e informali, favorisce e migliora l’efficacia della collaborazione degli stessi attorno ad un comune obiettivo.

 

Pertanto in un periodo storico come il nostro, in cui le risorse sono sempre più limitate anche il tempo necessario per pensare e per attuare il lavoro di rete, per adottare il criterio positivo della promozione della salute, comporta delle ricadute inevitabili sull’organizzazione dei servizi formali che vanno valutate attentamente e con professionalità.

Avere tempo per tessere reti a favore della prevenzione, a favore dei legami sociali sul territorio, è risorsa preziosa per i servizi e per gli operatori, in quanto riesce a rispondere meglio ai bisogni educativi e di salute della comunità locale.

 

 

Materiale rielaborato da

Dott.ssa Maria Minniti

Educatore Professionale

Referente Area Prevenzione

U.o.A. Patologie da Dipendenze

ASL To 2

 

 

Come si realizza “Mind the Gap!”

Appunti per l’intervento al seminario dell’ASL TO2 del 4/06/2008

 

 

Mind the Gap! ha come target la pre-adolescenza e si realizza con interventi mirati in gruppi classe, nelle scuole medie inferiori.

Partendo dal presupposto teorico-metodologico della “promozione del benessere”, con un approccio volto al “positivo”, in cui si vuole promuovere il riconoscimento e lo sviluppo delle risorse personali, il progetto si concretizza nella conduzione di cicli di 4 incontri/laboratori, in aula e in orario scolastico, dedicati ai gruppi, principalmente classi seconde e terze delle scuole medie inferiori.

Tali incontri, fondamentalmente formativi, anche se non è tralasciata in ogni incontro una parte informativa, in cui la conoscenza è costruita insieme ai ragazzi, hanno come fulcro l’educazione alle abilità di vita (quelle che l’OMS considera fondamentali nella crescita degli individui, e che sono state elencate e denominate life skill). Ciò si realizza, quindi, non tanto nella spiegazione di cosa siano e quali siano tali abilità, quanto nel sperimentarle direttamente, con attività/giochi mirati che diventano stimolo di attivazione, confronto e conoscenza.

Come ci insegnano le teorie, avvallate anche dall’OMS, e come ci conferma la pratica, tali abilità, se apprese e gestite coerentemente, forniscono ai ragazzi quegli strumenti utili ed adatti per affrontare le diverse situazioni di vita, garantendo il mantenimento del proprio benessere psicologico e fisico: situazioni quotidiane, fra le quali possono esserci anche possibili condizioni di rischio, come può essere l’avvicinamento a sostanze psicoattive o i primi comportamenti sessuali.

Si comprendono anche i comportamenti sessuali (affrontati per lo più sul piano dell’affettività, della gestione delle emozioni e dei primi approcci), non tanto perché pericolosi in sé, quanto per la scarsa conoscenza, o false conoscenze, su un argomento, che in questa età inizia ad attrarre e incuriosire e per il rischio correlato all’abuso di sostanze e alle MST.

Con la medesima metodologia si realizzano interventi con gruppi di genitori (in cui sono coinvolti quelli dei ragazzi che partecipano ai laboratori in classe), sebbene con loro si sviluppino maggiormente sul fronte informativo (in risposta anche all’esigenza degli adulti di “capire e saper come fare” con i figli).

Anche con loro si propone una modalità attiva e partecipativa, in modo da creare anche una rete informale fra i partecipanti. Sebbene i temi dell’abuso di sostanze e dei primi rapporti sessuali siano presenti, anche con loro si lavora su e con alcune life skill, in modo che possano riconoscerle e aiutare i figli a sviluppare le loro abilità, in continuità con il progetto.

L’accento sulla relazione e la comunicazione è realizzato anche con un incontro congiunto in cui genitore e figlio partecipano insieme, sperimentandosi e confrontandosi, con la guida dei conduttori.

Il lavoro per e con gli insegnanti è il più delicato. Prevede la costruzione di una relazione di fiducia fra operatori e docente, che è determinata dalla reciprocità e dal rispetto delle differenti competenze e ruoli. Il lavoro si realizza con il confronto prima, durante e al termine dell’intervento nella classe (in particolare là dove l’insegnate è, come da progetto, fuori dall’aula). Tale lavoro ha come finalità quella di creare continuità ad un intervento, il nostro, che per motivi logistici e logici si esaurisce in un tempo limitato. Inoltre è stato possibile organizzare alcuni eventi formativi, seminari, per tutto il corpo docente delle scuole in cui è stato realizzato il progetto. Questo ha permesso, fra l’altro la costituzione di una rete fra le scuole.

 

Alcuni numeri: in questi due anni di lavoro (anni scolastici 2006/2007 e 2007/2008) si sono incontrate 22 classi, coinvolgendo circa 440 ragazzi, tra i 13 e i 15 anni, di seconde e terze medie inferiori di tre Istituti (3 sedi e 2 succursali), locate nei territori delle Circoscrizioni IV e V del Comune di Torino (afferenti all’ex ASL 3, oggi ASL TO2). Ai gruppi genitori hanno partecipato circa 80 famiglie, partecipando perlopiù con un’unica presenza della coppia genitoriale.

 

Per concludere un’immagine… l’ultima enigmatica slide

 

Dovendo pensare in sintesi al progetto Mind The Gap!, ci è venuta in mente l’immagine di una giovane cellula neurale.

Come tale cellula, il Progetto è frutto dell’incontro di patrimonio genetico, nel nostro caso l’ASL e la Cooperativa Stranaidea. Come in ogni figlio, sono riconoscibili i tratti distintivi dei genitori, ma abbiamo una nostra piccola identità interna una soggettività, che identifichiamo negli obiettivi del progetto.

Come la cellula neurale abbiamo dendriti articolati, che ci stanno permettendo di costruire attorno a noi una rete sia formale sia informale di scambio, con i ruoli istituzionali complementari dell’ASL e della Cooperativa.

I terminali nervosi della nostra cellula, realizzano l’intervento, anch’esso su più livelli, in cui i ragazzi sono i primi destinatari, ma non gli unici (come abbiamo visto i genitori, la scuola, la stessa rete/contesto con il quale si completa lo scambio) e sfruttando competenze diverse (multi-professionalità), sempre nella sinergia offerta dalla rete interna ASL/Cooperativa.

Tale funzionamento, nella prospettiva possa in qualche modo divenire modello replicabile per una rete esterna sempre più ampia, volta alla promozione di benessere.

 

Per la Cooperativa Stranaidea

Dott. Marco Ammoscato

Psicologo

 

 

L’equipe multiprofessionale

Posted by admin on Giugno 6th, 2008

Mind The Gap diventa operativo a partire dal mese di marzo del 2006, dopo aver ricevuto notizia dell’avvenuto finanziamento da parte della competente autorità regionale. Nei mesi precedenti marzo, i referenti del progetto dell’U.O.A. Patologie da Dipendenza e di Stranaidea si sono più volte incontrati per definire quale organizzazione di massima fosse necessaria, nonché per individuare quali professionalità, e di conseguenza quali curriculum e nominativi, fosse auspicabile ricercare.

Nasce così l’èquipe multidisciplinare che vede la presenza di numerosi operatori con differenti qualifiche professionali (educatori, psicologi, sociologi) con i seguenti ruoli: 1 responsabile di progetto, 1 coordinatore, 4 operatori per gli interventi nelle classi, 3 operatori per i percorsi con i genitori (di cui una lavora anche nelle classi).

Dopo un primo momento di conoscenza reciproca, si apre una lunga fase di confronto sui linguaggi e sui punti di vista rispetto alla prevenzione (cosa preveniamo? in che modo?), confronto necessario per giungere ad una condivisione dei presupposti metodologici e di senso del progetto. Si tratta di una fase esplorativa di approcci, metodologie e tecniche, che ogni operatore porta in èquipe e approfondisce attraverso la lettura di testi, di cui il progetto inizia a dotarsi per avere una bibliografia disponibile a cui attingere.
Contemporaneamente inizia il lavoro di contatto con le scuole medie del territorio (una decina), per presentare loro il progetto e per verificare interesse e disponibilità all’attivazione di percorsi all’ interno dei singoli istituti. Si ragiona così sull’opportunità di lavorare con un numero elevato di scuole, con un obiettivo prevalente di diffusione, o viceversa se concentrarsi su poche scuole per favorire profondità e continuità di intervento: si sceglie una mediazione, decidendo di lavorare con tre scuole, che hanno aderito al progetto, appartenenti a territori volutamente molto diversi quanto a caratteristiche abitative, economiche e socio-culturali.

Nel frattempo, l’èquipe arriva a darsi una propria organizzazione interna: nasce così un sottogruppo di progettazione dei percorsi nelle classi ed un sottogruppo di progettazione dei percorsi con i genitori, con le riunioni settimanali di équipe a fungere da momento di sintesi e decisionale. Questa soluzione permette, da un lato, di valorizzare l’apporto di ognuno in gruppi di dimensione più ridotta, dall’altro di autonomizzare e responsabilizzare il sottogruppo intero rispetto alla parte di lavoro che si troverà poi a gestire e condurre.

In questa fase di preparazione, oltre all’entusiasmo nel creare percorsi nuovi attraverso la progettazione comune, emerge anche un vissuto di preoccupazione rispetto all’impatto con i ragazzi/e nei gruppi classi e con i genitori, sopratutto da parte degli operatori che non hanno significative esperienze di conduzione di incontri. All’incognita di “chi ci troveremo di fronte?”, “come reagiranno?”, “e noi, cosa potremo fare?”, si aggiunge la difficoltà di affrontare un tema complesso come la sessualità, che mette profondamente in gioco la storia, l’identità e le convinzioni profonde di ognuno. Mentre sulle sostanze, l’èquipe, forte dell’apporto degli operatori del Servizio dipendenze, si sente maggiormente competente, sulla sessualità manifesta un bisogno di formazione e di confronto con esperti esterni.

Si arriva così, dopo un lavoro di raccolta dei bisogni formativi di ogni operatore, a due seminari formativi con un supervisore esterno, con l’obiettivo di rinforzarsi sia rispetto alla gestione dei gruppi classe, sia rispetto al come trattare l’argomento sessualità con i ragazzi. La prima giornata, condotta con modalità interattive, ha il pregio di mettere in gioco i singoli operatori facendo sperimentare in situazione l’impatto con i gruppi classe, l’imbarazzo nel parlare di sessualità, la gestione della propria presenza corporea all’interno di uno spazio condiviso con altri, ecc. La seconda giornata è stata invece dedicata all’approfondimento del lavoro sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse e delle gravidanze indesiderate, attraverso la presentazione dal vivo di un progetto di educazione fra pari condotto nelle scuole superiori.

Dopo questa fase formativa, in cui si sono “aperti” orizzonti e prospettive, l’èquipe giunge a un bisogno di sintesi per fissare i capisaldi progettuali, sia rispetto agli obiettivi che alle metodologie, per dare così coerenza e sistematicità ai percorsi di prevenzione che si stanno via via sempre più definendo nel dettaglio.

Si arriva così all’inizio dell’anno scolastico 2006/07, momento in cui il progetto diventa operativo: la lunga preparazione lascia il passo al confronto con la realtà, l’avventura continua…

Chi siamo

Posted by progetto on Giugno 5th, 2008

Mind the Gap é realizzato da un´équipe multidisciplinare, che vede la compresenza di educatori, psicologi e sociologi, alcuni appartenenti al Servizio Patologie da Dipendenze dell’ASL 3, oggi ASL TO2 ed altri alla cooperativa sociale Stranaidea. La scelta di creare un gruppo di lavoro con operatori provenienti da un Servizio alle Dipendenze e da una Cooperativa sociale, risponde all´esigenza di mettere in campo saperi, capacità e professionalità delle due differenti realtà, in un´ottica di integrazione: il servizio pubblico é in possesso di competenze tecniche e specialistiche rispetto alla promozione della salute e alla prevenzione dei rischi, mentre il privato sociale possiede competenze diffuse relative al disagio adolescenziale, alle metodologie educative ed alla gestione della relazione con i preadolescenti.
L´équipe é dunque lo strumento principe dell´integrazione tra le singole competenze e professionalità, spazio di composizione dei diversi punti di vista, linguaggi e saperi portati da ogni operatore. Lavorare fianco a fianco con professionalità diverse dalla propria, ha portato ad un´arricchente contaminazione, nel rispetto e nella valorizzazione delle rispettive specificità. A partire da questa diversità, sono stati definiti gli incarichi (interventi nelle classi, percorsi con i genitori, interfaccia con le scuole e l´università) e, all´interno di questi, i ruoli di volta in volta ricoperti da ognuno (ruolo di conduzione, di animazione, di facilitazione, di osservazione, ecc.). Questa metodologia di lavoro impatta positivamente sulla qualità degli interventi, che vengono ideati, condotti, valutati e ridefiniti con un ampio bagaglio di attenzioni e prospettive: educative, psicologiche e sociologiche.

L´équipe multidisciplinare é oggi composta da:

  • Elena Perotto psicologa
  • Fulvio Bosio educatore
  • Manuela Dorella psicologa
  • Maria Minniti educatrice
  • Stefania Catalano sociologa
  • Marco Ammoscato psicologo

Hanno inoltre collaborato alla progettazione e alla realizzazione del progetto:

  • Enrico Santero sociologo
  • Luca Bruno educatore
  • Barbara Rosolen educatrice

Collaborano come supervisori del progetto:

  • Aldo Ferrari Pozzato
  • Pamela Bongiovanni